3.2.2 Dall’oasi di el-Dakhla

 

Le piste carovaniere passanti per l’oasi di el-Dakhla non sono numerose come quelle di el-Kharga, e le loro direzioni seguono tre direttrici principali così schematizzabili:

 

         Verso la Valle del Nilo: le piste carovaniere dirette con centri nella Valle del Nilo sono ridotte a due sole strade che per più di un terzo del loro percorso attraverso il deserto proseguono seguendo un unico tracciato

                   Beni Adi, Manfalut da Mut

Beni Adi, Manfalut da el-Qasr (Naqb Asmant)

È molto probabile, quasi ovvio, che per dirigersi in altri centri della Valle venisse raggiunta l’oasi di el-Kharga dalla quale era possibile scegliere la pista più appropriata per la destinazione stabilita.

 

         Verso l’oasi di el-Kharga

         Qasr Kharga da Mut

         Qasr Dush da Mut

Qasr Kharga da El-Qasr

 

         Verso l’oasi di Farafra

                   Bir Dikkar, El-Qasr Farafra, ed ‘Ayn el Dallah da el-Qasr Dakhla

Abu Mungar ed ‘Ayn el Dallah da el-Qasr Dakhla

 

Verso il Sudan

          Merga ed al-Fasher da Mut

         

                  

         Verso la Valle del Nilo

 

Beni Adi, Manfalut da Mut: la via di collegamento è chiamata Darb al-Tawil,[1] ed è stata la pista carovaniera diretta utilizzata per il collegamento con la Valle del Nilo sin dall’Antico Regno,[2] collegamento indipendente dalle piste della vicina oasi di Kharga, e quindi importante attestazione dell’intensità dei rapporti fra  Egitto ed el-Dakhla.

E’ anche chiamata “la Strada Lunga”,[3] utilizzata ai giorni nostri fino agli inizi del XX secolo,[4] la cui pista principale si compone dall’intersezione di diverse vie secondarie che lasciano l’oasi di Dakhla da diversi punti.

Il ramo maggiore parte da Mut già suddiviso in due direttrici: una diretta inizialmente ad ovest verso Sment e Balat, mentre l’altra, più occidentale, raggiunge el-Qasr per poi ruotare nuovamente verso est valicando l’altopiano, e, proseguendo a nord-est, costituisce poi il ramo principale della Darb al-Khashabi descritta successivamente.[5]

La Darb al-Tawil, che abbiamo seguito sino a Balat, fuoriuscita dalla depressione, si dirige poi verso nord-est in direzione di  Manfalut e Beni Adi, ma dopo circa 130 km di percorso si suddivide in due rami: il principale, che mantiene il nome di  Darb al-Tawil raggiungerà Beni Adi, un percorso complessivo di circa 250 km, mentre la seconda direttrice volgerà di nuovo verso est-nord-est, intersecandosi e fondendosi dopo circa 70 km al percorso della Darb el-Arba’in ormai prossima ad Asyut.

 

Beni Adi, Manfalut ed Asyut da el-Qasr via Naqb Asmant: la pista è detta Darb al-Khashabi, anche chiamata  la strada del legno”.[6] e lascia il centro di El-Qasr valicando il passo di Asmant, Naqb Asmant, per poi proseguire in direzione est-nord-est.[7]

Dopo circa 70 km interseca la Darb al-Tawil alla quale si fonde per proseguire in direzione di Manfalut.

         L’importante attività economica della zona di Asmant è ben documentata in epoca romana, soprattutto grazie ai numerosissimi testi greci e copti rinvenuti nel sito di Kellis, oltre alla presenza di un tempio romano, di abitazioni e del cimitero dell’antico centro.[8]

         Sono stati ritrovati molti (circa 2000) frammenti di papiro, ma i documenti di eccezionale valore storico consistono in testi, alcuni in copto, altri in siriano, che doumentano l’esistenza e lo stanziamento nel centro di una comunità di Manichei; altri testi, copti, sempre riferibili a documenti Manichei erano stati rinvenuti nel Fayyum, presso il sito di Medinet Madi, ma l’archivio di Kellis è davvero più ricco (circa 5000 frammenti in totale).

La presenza di questa comunità ha fatto ipotizzare una sorta di continuità nell’usanza di considerare e sfruttare la regione delle oasi meridionali come luogo di confino: infatti il Manicheismo era stato bandito da Roma proprio nel IV secolo d. C..

Altri documenti importanti sono i tre codici lignei sempre provenienti dalla città di Kellis: il primo codice è costituito da 9 tavole lignee ed il suo testo consiste in un trattato politico di Isocrate.

Il secondo codice, costituito invece da una sola tavola, in lingua greca, contiene il contratto di compravendita di un edificio della città: esso attesta l’esistenza di un centro amministrativo indipendente dalla città di Dakhla.

Il terzo codice è costituito da 8 tavole, sempre in legno, e costituisce parte del registro contabile di un’azienda agricola che doveva rappresentare la forma di sfruttamento economico principale e tipica della regione dell’oasi.

 

Verso el-Kharga

 

Qasr Kharga da Mut: la pista, Darb el-Ghubbari, è usata ancora oggi ed accede alle due oasi semplicemente oltrepassando l’altura settentrionale che le divide (le oasi, come descritto precedentemente, appartengono alla stessa depressione geologica, e sono divise solamente da questo braccio di corrugamenti), varcandone il lato meridionale, di altezza meno elevata.

A circa 135 Km da el-Dakhla la strada principale oltrepassa un avvallamento, presso Tenīda, il centro più orientale della città di Dakhla, e dunque dalla pista principale si distaccano due strade secondarie: il proseguimento della Darb el-Ghubbari si dirige verso la parte più meridionale di el-Kharga, mentre la seconda porzione è una via diretta tra Tineida e Baris che, essendo raggiungibile dalla Darb el-Ghubbari, permette anche il collegamento con l’oasi di el-Kharga.[9]

La frequentazione della zona di Tenīda è subito riscontrabile grazie a numerosi graffiti incisi nelle rocce circostanti la vallata, quest’ultima considerabile come un nodo centrale delle vie di comunicazione sviluppate tra il Sudan e la Valle del Nilo passanti per el-Kharga.

Tuttavia la documentazione più importante consiste nei resti archeologici dei siti di Balat (o Qila’ el-Dabba) e di ‘Ayn Asil.[10]

 

 

Qasr Dush da Mut: la pista è descritta in 2.3.1 Verso Dakhla, Mut da Qasr Dush

 

Qasr Kharga da El-Qasr: la pista è descritta in 2.3.1 Verso Dakhla, Balat, Sment e Mut da Qasr Kharga

 

Verso Farafra

                  

Bir Dikkar, El-Qasr Farafra, ed ‘Ayn el Dallah da el-Qasr Dakhla: la pista è chiamata Darb al-Farafra e fuoriesce da Qasr Dakhla dal passo di Naqb Bad al-Qasmund per poi proseguire, raggiungere ed attraversare Bir Dikkar concludendo il suo tragitto a Qasr Farafra.

Questo percorso è in realtà un ramo minore di una via più estesa che dall’oasi di Farafra prosegue sino a Bahariya, la oltrepassa e si dirige verso Siwa ed il Fayoum.[11]

 

Abu Minqar ed ‘Ayn el Dallah da el-Qasr Dakhla: la strada inizia presso el Qasr e si dirige verso nord-ovest attraversando Gebel Edmondstone e varcando a nord la depressione di ‘Ain Sheikh Marzuq giungendo dunque all’oasi di Farafra.[12]

         Lungo il suo tragitto iniziale la pista carovaniera lambisce il bordo nord-occidentale del Gebel Edmondstone, presso il quale sono state rinvenute diverse antichità, più precisamente nel sito di Deir el-Hagar.

         Il sito presenta le rovine del villaggio, un cimitero costituito da tombe scavate direttamente nella roccia del Gebel Edmondstone e soprattutto il tempio, di epoca romana,[13] dedicato principalmente alla triade tebana di Amon, Mut e Khonsu, ma nel quale era venerato anche il dio Seth, divinità dell’oasi, il cui culto è stato accertato anche dal ritrovamento di una statuetta e dalle iscrizioni del tempio stesso.

Per quanto concerne la statuetta essa è stata rinvenuta presso Deir el-Haggar: l’iscrizione afferma che la statua, probabilmente databile alla XXI dinastia e raffigurante Nebtis, era stata offerta dall’alto sacerdote Pembast al dio Seth; questo documento si associa poi alle due stele, sempre relative al culto del dio, rinvenute nel tempio di Mut el-Kharab[14]

Durante gli scavi del 1990 condotti dal Dakhla Oasis Project, è stato riportato alla luce il suo tempio che rappresenta uno dei monumenti di epoca romana pìù completi all’interno della regione di el-Dakhla.[15]

Il santuario è stato dedicato alla triade Tebana ed aThot; la costruzione dell’edificio è riconducibile al regno di Nerone (54 – 68 d. C.) del quale è presente un cartiglio all’interno del santuario, mentre sulle mura sono riportati i nomi di Vespasiano (69 – 79 d. C.) e Tito (79 – 81 d. C.); l’entrata monumentale e le sue decorazioni sono invece da ricondurre al regno di Domiziano (81 – 96 d. C.), sebbene altri abbiano sicuramente contribuito ad aggiunte e ritocchi, tant’è vero che l’utlima iscrizione dovrebbe risalire al III secolo d. C..

Un’altra entrata, posta sul lato meridionale del tempio reca molte iscrizioni, alcune in greco ed altre da ricondurre a frequentatori occasionali, viaggiatori che desideravano lasciare testimonianza del loro passaggio presso questo santuario.

Il soffitto del santuario è stato decorato durante il regno di Adriano (117 – 138 d. C.) con  splendidi motivi astronomici, tra i quali una bellissima figura di Nut e Geb, rispettivamente rappresentazioni del cielo e della terra; al centro della scena è invece raffigurato il dio Osiris, rappresentato dalla costellazione di Orione, mentre altre divinità sono legate e rappresentate da altrettanti motivi astronomici.[16]

Nelle altre pareti del santuario sono raffigurate le principali divinità venerate nel tempio (Amon-Ra e Mut sulla parete occidentale), la triade Tebana (sulla parete meridionale: Amon-Ra, Mut, Khons), ed altri dei ancora (Seth, Nefti, Ra-Horakhty, Osiri, Isi e Min-Ra, mentre la parete settentrionale comprende nuovamente la triade Tebana associata agli dei creatori heliopolitani: Geb, Nut, Shu e Tefnut) fra i quali è notevole la figura di Amon-Nakht (divinità venerata ad el-Dakhla, come ad ‘Ayn Birbiya).

Questa divinità desertica, che sembra racchiudere in sè caratteristiche proprie sia di Amun-Ra che di Horus, è qui ritratto al fianco della consorte Hathor, così come Thot, un’altra divinità spesso incontrata all’interno dell’oasi, è raffigurato con la sua consorte locale Nehmetaway: tutte queste divinità fecero probabilmente parte di un culto locale diffuso anche a Kellis ed a ‘Ayn Birbiya.

Negli immediati dintorni del tempio sono state riconosciute le rimanenze di strutture abitative e di attività agricole e di allevamento di epoca Romana, ed infatti a Nord Ovest del tempio è stata individuata la necropoli locale caratterizzata da sarcofagi in terracotta.

 

Verso il Sudan

 

Merga ed al-Fasher da Mut: la pista è chiamata Darb al-Tarfawi, e costituisce l’unica via di collegamento meridionale attestata per l’oasi di Dakhla.

La strada parte da Mut,  e prosegue in direzione sud attraverso il deserto di Bir Tarfawi per raggiungere Merga ed al-Fasher in Sudan.[17]

 



[1] Said Rushdi, 1962, pg 67; Harding King W. J., 1925, pg. 305.

[2] G. Soukiassan et Al. In B.I.F.A.O. 90, 1990, pp. 352 – 357; Grimal, B.I.F.A.O. 90, 1990, pp.386 – 387; Grimal, B.I.F.A.O. 1993, pg. 428; L. Pantalacci, B.I.F.A.O. 96, 1996, pp. 364 – 365; Cassandra Vivian, 2000, pp. 108, 113.

[3] Harding King W. J.,1913, pg. 455; Cassandra Vivian, 2000, pg. 115.

[4] Winlock, nel 1908, asserisce che la pista era usata per il trasporto del te, dello zucchero e del caffè dalle carovane.

[5] Harding King W. J.,1913, pg. 455; Harding King W. J., 1925, pg. 202 - 203

[6] Cassandra Vivian, 2000, pg. 115.

[7] Harding King W. J.,1913, pp. 456 – 457; Harding King W. J., 1925, pp. 203 – 214.

[8] Da cui provengono 80 mummie.

[9] Harding King W. J., 1925, pg. 305 ; Giddy Lisa L.,  1987, pg. 10; Cassandra Vivian, 2000, pg. 108.

[10] BAUD, Michel, Balat/'Ayn-Asil, oasis de Dakhla. La ville de la Deuxième Période intermédiaire, B.I.F.A.O. 97 (1997), 19-34. (maps, plans, fig.) ; VALLOGGIA, Michel, Note sur l'organisation administrative de l'Oasis de Dakhla à la fin de l'Ancien Empire, Méditerranées. Revue de l'association Méditerranées, Paris 6-7 (1996) [= Égypte pharaonique: pouvoir, société], 61-72. (plan).

[11] Cassandra Vivian, 2000, pg. 115 e cartina pg. 106.

[12] Cassandra Vivian, 2000, pg. 115 e cartina pg. 106.

[13] Hope C. A., Mills J. A.,  1999, “Deir el-Haggar” in Dakhleh Oasis Project: Preliminary Reports on the 1992 – 1993 and 1993 – 1994 Field Season, 25 – 26.

[14] Kaper Oalf, Velde, pp. 231 – 241.

[16] Kaper, O. E., "The Astronomical Ceiling of Deir el-Haggar in the Dakhleh Oasis", The Journal of Egyptian Archaeology 81, 1995, 175-195.

[17] Cassandra Vivian, 2000, pg. 116.