3.1 Cenni Geomorfologici e cenni storici

 

Le oasi di el Kharga e di el Dakhla hanno origine dalla stessa ampia depressione geologica.[1]

La regione di el-Kharga, nella sua parte settentrionale ed orientale, è delimitata da altopiani che si elevano sino a circa 400 m, mentre a sud ed a sud-ovest la depressione si ricongiunge gradualmente con il piano del deserto.[2]

Essa si estende parallela al tratto di Nilo tra Naqada ed Edfu da cui dista circa 230 km, ed era importante nodo di una pista carovaniera che collegava la Valle del Nilo al Sudan detta Darb el-Arba’in: lungo il suo percorso sono stati identificate numerose antichità di epoca greco-romana, molte delle quali interpretabili come caravanserragli.

La regione dell’oasi di Dakhla è divisa al suo interno da una striscia di deserto la cui larghezza è circa 20 km, e che fraziona l’intera depressione in due vere e proprie “oasi” distinte: una estesa da nord-ovest verso sud-est, corrispondente alla regione oggigiorno abitata e coltivata tra el-Qasr e Mut, l’altra costituita dal gruppo di sorgenti e di oasi minori di Balat-Tenīda.

Le attività di scavo recentemente intraprese nell’area delle oasi meridionali hanno messo in luce gran quantità di materiale riferito  ad el-Dakhla, e sorprendentemente minore quantità di evidenze archeologiche per el-Kharga, sebbene essa sia la più vicina alla Valle del Nilo, situata esattamente tra il fiume e Dakhla, quindi teoricamente punto intermedio dei collegamenti fra l’Egitto e le due oasi.

Un riferimento importante alla regione delle oasi meridionali risale alla VI dinastia, quando Herkhuf, governatore di Aswan, dovette intraprendere alcune spedizioni nel Deserto Occidentale percorrendo una cosiddetta “strada delle oasi ”: la documentazione archeologica proveniente dalle indagini degli ultimi 10 anni dell’Oriental Institute of Chicago e dell’I.F.A.O. sembra confermare la frequentazione della regione adiacente al percorso della pista carovaniera tra Luxor e Farshut.

Il Nuovo Regno è rappresentato non tanto dal materiale archeologico proveniente dalla regione di el-Kharga, quanto da varie testimonianze provenienti dalla Valle del Nilo riferibili all’oasi.

Alcune tombe tebane riportano nelle loro iscrizioni e nelle proprie decorazioni le tasse ed i tributi pagati dagli abitanti del Deserto Occidentale sotto forma di prodotti naturali, come datteri, uva, vino, miele e minerali.

Ad esempio osservando le implicazioni relative alle cariche di Pз–rn-nfr, queste vie di collegamento avrebbero dovuto provvedere al trasporto di una certa varietà di prodotti agricoli, derivati dalle tassazioni a cui era soggetta la regione, tutto confermato anche dal papiro di Torino, 1874 in recto colonna VIII,[3] che attesta “un gran numero di beni” pervenuti nella Valle del Nilo provenienti tanto da  Whз.t rsy.t che da Whз.t mhty.t; il documento avrebbe dovuto contenere una lista dettagliata di tutti i prodotti, i quali vengono chiamati “le migliori cose delle tasse di Whз.t rsy.t e Whз.t mhty.t”, ma purtroppo la maggior parte del testo è andata perduta.

La presenza di ufficiali dai compiti amministrativi nella zona di el-Kharga è documentata anche dagli Ushabti di Nb-mhy.t,[4] ritrovati ad Abido e datati alla fine della XIX dinastia, che attestano l’esistenza di un ufficiale il cui titolo era hзty-‘ n Whз.t rsy.t;[5] le statuette sono 8: ognuna è diversa dalle altre in dimensioni, dettagli e geroglifici iscritti, una in terracotta, un’altra in Faiance e le altre in pietra calcarea.[6]

Il titolo hзty-‘, di Nb-mhy.t, associato al toponimo Whз.t rsy.t,[7] permette di ritenere anche per el-Kharga o per la zona geografica indicata con Whз.t rsy.t, l’esistenza di una struttura amministrativa effettiva ed un sistema di comunicazioni che permettesse il collegamento delle località, anche per lo spostamento delle risorse agricole, con la Valle del Nilo.[8]

Sappiamo inoltre di una spedizione punitiva inviata  per controllare i ribelli oasiani, e che la stessa regione veniva utilizzata come luogo di confino per esiliati, usanza mantenuta fino ai nostri giorni.

Successivamente, durante il III Periodo Intermedio il Deserto Occidentale aveva assunto un’importanza ancora maggiore, soprattutto con lo stabilirsi della XXII dinastia, detta libica, sul trono dell’Egitto, divenendo così il punto di contatto tra la Valle del Nilo ed i centri libici.

Già in epoca precedente doveva essere presente un contesto simile, dato che  Sheshonq I, il primo sovrano della XXII dinastia, inviò degli ufficiali verso Kharga per migliorare le condizioni delle piste carovaniere e per ridurre i ribelli  oasiani sotto il controllo egiziano.

All’epoca di Dario I (521 – 486 a. C.) l’oasi divenne importante e famosa grazie alla costruzione del tempio di Hibis, attivo anche in epoca Persiana e Tolemaica.

Il tempio faceva parte dell’antica capitale della regione dell’oasi di el-Kharga, conosciuta dai Greci col nome di Hebet, “l’aratro”, o anche Hibitonpolis, “la città dell’aratro”.

Non è chiaro per quanto tempo Hebet sia rimasta la capitale della regione dell’oasi: indagini archeologiche recenti[9] hanno messo in luce un cimitero che sembra coprire un arco cronologico compreso tra il II Periodo Intermedio ed il Nuovo Regno, e contemporaneamente gli scavi condotti nell’area meridionale attinente al tempio hanno riscoperto alcuni edifici databili intorno al 350 d. C. che appaiono distrutti da un incendio: queste due date potrebbero essere prese come limiti estremi di un lungo periodo occupazionale documentato dalle evidenze archeologiche rinvenute all’interno del sito.

La maggior parte dell’antica città, la cui superficie sembra essersi estesa per circa 1 Km², giace sepolta dalle coltivazioni moderne, ma gli scavi condotti all’inizio del XX secolo hanno messo alla luce abitazioni in mattoni, di cui alcune affrescate, nella zona ai margini della città.

Il tempio è situato a circa 2 km a Nord di el-Kharga, sulla sommità di un palmeto da cui domina la vista della pista desertica  e costituisce il tempio più grande e meglio conservato di questo periodo in tutta la regione di el-Kharga.

Le strutture più antiche del tempio  di Hibis sono databili all’epoca Persiana, più precisamente al regno di Dario I, sebbene sia  molto probabile che la costruzione sia iniziata precedentemente, durante la XXVI dinastia, con Psamtek II, Apries ed Amasi, ed addirittura questa struttura potrebbe già giacere sopra un edificio ancora precedente.[10]

L’edifico è stato costruito con blocchi di arenaria locale sul margine di un piccolo lago sacro ed è stato dedicato alla Triade Tebana Amon-Ra, Mut e Khons; anche le decorazioni hanno conosciuto diverse fasi: le più antiche possono essere ricondotte a Dario I e Dario II, vi sono poi le aggiunte di Nectanebo II e dei Tolomei, mentre durante il IV secolo d. C., venne costruita una chiesa cristiana adattando la parte settentrionale del porticato.

Una struttura muraria circonda l’edifico, la cui costruzione è da ricondurre a Nectanebo I e II, mentre un vialetto processionale decorato con delle sfingi è da datare al III secolo d. C.; durante l’epoca Romana o Tolemaica venne poi costruito un grande ingresso monumentale sul quale sono state incise numerose iscrizioni ed alcuni decreti, e questi includono diversi tipi di documenti: tassazioni, eredità, diritto delle donne e leggi di corte, una serie di fonti dunque che permettono di comprendere meglio la società romana nell’oasi di el-Dakhla.

Con la XXX dinastia venne costruito di fronte al tempio un chiosco monumentale con un colonnato, i cui lavori probabilmente iniziarono con Nectanebo I, ma l’unico cartiglio visibile tra le decorazioni è quello di Nectanebo II; precedentemente, probabilmente durante il regno di Achoris, XXIX Dinastia, venne sostituito il tradizionale cortile con pilastri da un corridoio Ipostilo più ampio.

Come accennato precedentemente la parte più interna del tempio dovette essere costruita sopra le fondamenta di una precedente struttura, probabilmente una cella sacra dedicata ad Amun del Nuovo Regno, dunque con il tempio di Hibis sarebbe possibile ricostruire un esempio architettonico di transizione tra il Nuovo Regno e l’epoca Tolemaica; Hibis costituisce inoltre uno degli esempi più belli di tempio Persiano in Egitto.

Anche l’iconografia religiosa è ricca e peculiare, forse influenzata da un certo stile artistico locale: all’interno della grande scena decorativa del tempio troviamo ad esempio la figura alata di Seth, il dio delle oasi e del deserto, però con testa di Falco, dipinto in blu, un colore generalmente riservato a divinità dell’aria, rappresentato nell’atto di combattere il serpente Apophi, un’iconografia tipica di Horo; tra le altre divinità troviamo anche Min.

È stato infine associato al tempio di Hibis un codice in greco, composto da due testi distinti, rispettivamente una lista di nomi ed un rapporto di un ufficiale governativo relativo alle sorgenti d’acqua nell’oasi, oggi conservato nell’Ashmolean Museum di Oxford, datato tra il 246 ed il 249 d. C..

Durante l’epoca Tolemaica la regione di el-Kharga continuò quindi ad essere frequentata, così come è evidente soprattutto nell’area attraversata da una pista carovaniera collegante Qasr el-Zayyan ad Esna,[11] sicuramente frequentata anche in epoca Romana, così come si evince dalla presenza dei cimiteri di queste antiche comunità presenti nella zona.

Il sito però più interessante inerente a questo periodo è  Qasr el-Zayyan, a circa 75 Km a Nord di Dush, tra l’altro uno dei siti maggiori dell’oasi di el-Kharga, anticamente conosciuto con il nome di Takhoneourit, trascritto dai Greci Tchonemyris, e cioè “la grande fonte”.

Il centro fù un anello della catena di fortezze costruite durante l’epoca Tolemaica e Romana: ovviamente importante come fonte d’acqua che nell’antichità serviva l’area locale e fungeva da sosta per quanti viaggiassero su carovane lungo le piste locali; proprio a causa della presenza d’acqua in antichità dovette conoscere periodi prosperosi, ed infatti risulta circondato da piccoli centri agricoli, tutti collegati fra loro.[12]

All’interno delle mura sono stati trovati prima di tutto i resti delle abitazioni di epoca Romana, e dunque monete, oggetti in vetro e ceramica[13], ma il centro è fortemente caratterizzato dalla presenza del tempio dedicato ad “Amon di Hibis”, conosciuto dai romani come Amenibis: il piccolo tempio (7.5 x 13.5 metri) in arenaria venne costruito durante il periodo Tolemaico, venne dunque rinnovato in epoca Romana sotto il regno di Anonino Pio (138 – 161 d. C.) con l’aggiunta di una struttura muraria in mattoni di fronte  alla struttura principale.

L’accesso al tempio avviene tramite una porta in arenaria nel lato meridionale decorata con un’iscrizione in Greco dedicata ad “Amenibis, il grande dio di Tchonemyris, ed agli altri dei del tempio, perché proteggano eternamente Anonino Cesare, nostro signore e tutta la sua casa…” e successivamente si elencano i nomi dei governatori e degli ufficiali che parteciparono al restauro delle strutture; l’iscrizione è datata all’11 Agosto 140 d. C..

La struttura principale del tempio comprende un cortile che introduce al santuario, oppure alla camera delle offerte, caratterizzata da un’anticamera dalla quale, attraverso una scala, era possibile raggiungere il tetto dell’edificio.

Durante l’epoca romana ed in epoca cristiana el-Kharga conobbe un periodo di prosperità; ne è esempio il ritrovamento della necropoli di Bagawat, nella quale sono presenti anche alcune “cappelle”, tra le quali le cosìdette “cappella della pace”, decorata con immagini di Adamo ed Eva, la “cappella dell’esodo” con affreschi raffiguranti truppe faraoniche all’inseguimento degli ebrei guidati da Mosè durante l’esodo dall’Egitto.

Legata anche in questa epoca a Dakhla, essa era chiamata l’oasi della Tebaide e successivamente Hibis, prendendo nome dalla sua capitale presso la quale stazionava un battaglione di militari, disposti nelle fortezze distribuite nella regione.

Probabilmente uno dei compiti di queste forze militari, in collaborazione con i Beduini locali, consisteva nel pattugliamento delle piste carovaniere passanti per l’oasi: queste piste erano parte  di un sistema stradale più ampio sfruttato dai Romani in Egitto sia per scopi militari sia per scopi civili, così come essi praticarono in tutte le loro province: infatti crearono nuovi pozzi nella regione e contemporaneamente vennero eretti templi posti strategicamente in punti di ottima osservazione lungo i percorsi principali, e le piste carovaniere stesse vennero dotate di pozzi lungo le proprie vie, dei quali oggi sopravvivono soltanto i fori nei pressi dei quali è stato trovato materiale ceramico in grande concentrazione; un’altra usanza che venne mantenuta in epoca romana fù quella di utilizzare el-Kharga come una colonia penale: una delle vittime più famose fu Giovenale (60 – 130) che qui esiliato satirizzò pesantemente contro l’occupazione ed i vizi romani

Per quanto riguarda invece l’oasi di el-Dakhla le scoperte più recenti hanno messo in evidenza la sua frequentazione da oltre 10000 anni: in epoca Neolitica il clima della regione doveva essere più mite e l’ambiente doveva permettere la sopravvivenza ad animali come bufali, elefanti, rinoceronti, zebre, così come è stato tramandato dalle numerose incisioni rupestri lasciate dai gruppi di allevatori che si stabilirono lungo i margini del lago; con la tendenza all’inaridimento delle condizioni climatiche gli abitanti delle regioni si spostarono sempre più verso la Valle del Nilo.

I contatti fra l’oasi di el-Dakhla e la Valle del Nilo risalgono dunque per lo meno al processo di neolitizzazione; essi si mantennero e dunque si svilupparono in legami economici ed amministrativi in epoca storica già durante l’Antico Regno, così come dimostrato dalla scoperta di numerose sepolture da parte del Dakhla Oasis Project risalenti alla VI Dinastia.

L’Institut Francais d’Archeologie Orientale, sin dal 1977, ha poi esaminato e scavato dettagliatamente l’area di ‘Ayn Asil, riportando alla luce quella che già si ipotizzava potesse essere l’antica capitale dell’oasi di Dakhla.

Dalla documentazione resaci disponibile è possibile dedurre che durante l’Antico Regno la regione di el-Dakhla ebbe relazioni dirette e strette con l’amministrazione reale, così come si evince dalla presenza in loco di nobili con cariche amministrative locali: in particolar modo grazie ai loro nomi ed epiteti è possibile ipotizzare l’esistenza di relazioni di dipendenza dalla corte faraonica a partire dalla VI Dinastia,[14] legami attestati peraltro dalle antichità funerarie rinvenute nel sito di Balat, appartenenti proprio ai membri di questa classe amministrativa,[15] così come si evince anche dalle recenti indagini francesi sempre nella necropoli di Balat[16] e nel sito urbano corrispettivo di ‘Ayn Asil.[17]

Il Canadian Survey Team ha documentato la maggiore attestazione di materiale di epoca faraonica proprio presso Balat, ‘Ayn Asīl e negli immediati dintorni.[18]

Nel sito di Qila’ el-Dabba, sono infatti state identificate attestazioni attribuibili all’Antico Regno,[19] ossia alcune mastabe in mattone di fango, e blocchi con iscrizioni rinvenuti in situ associati alle stesse: il loro testo era riferito ad alcuni governatori locali, chiamati hзk(w), associati alla regione di Whз.t.

Sempre presso Balat, sono state individuate le tracce di circa 13 siti con abitazioni, 4 cimiteri ed una cava il cui materiale ha permesso la datazione alla VI dinastia ed al I Periodo Intermedio;[20] allo stesso periodo risale un’estesa area urbana comprensiva di numerose abitazioni, associate a resti  ceramici e manufatti identificata ad 1,5 km da ‘Ayn Asīl.

Lo spessore del sistema di siti suggerì già al Fakhry di poter ivi identificare i resti della capitale dell’Antico Regno dell’oasi di el-Dakhla,[21] e l’attività di scavo intrapresa nell’area dal 1977 lo ha confermato.[22]

       Dal sito di  Qila' el-Dabba proviene inoltre una discreta quantità di vasi e di materiali ceramici che sono stati attribuiti alla fine della XII Dinastia, datazione eseguita anche attraverso il confronto con un'industria ben documentata addirittura a Giza, e connessa alla grande produzione ceramica menfita del  Medio Regno.[23]

Sempre sul sito di  Balat è stata rinvenuta una stele originariamente associata alla Mastaba II, e sia per lo stile che per le iscrizioni essa è stata datata inizialmente alla XI dinastia, per poi essere retrodatata sino alla VI dinastia, anche sulla base del dibattito sviluppato intorno alla datazione precisa del Secondo Periodo Intermedio.[24]

Sempre dall’area immediatamente circostante la mastaba provengono alcune tombe, recentemente analizzate,[25] che, tranne per alcune contenenti due o tre individui, erano costituite da singole sepolture comprensive di una sorta di cappella ed erano state costruite ad imitazione della mastaba; il corredo, costituito in gran parte da ceramica, includeva due piccole stele ed una tavola per le offerte.

       Dal sito di 'Ayn Asil provengono due blocchi di arenaria ed una stele con iscrizioni: uno dei blocchi è ben conservato e mostra due colonne complete di geroglifici il cui testo cita il toponimo W3b.n mnw m Wh3.t, ed è dedicato all'inaugurazione di una porta realizzata in pietra bianca di cui si specifica “proveniente dalla terra di  Wh3.t.[26]

       Dell'altro blocco si è invece conservato solo una parte del testo, e questa iscrizione sembra riferirsi ad una divinità femminile, e dunque grazie al tema descritto,[27] al materiale usato,[28] ed alle dimensioni dei due blocchi,[29] è stato ipotizzato che essi fossero stati gli stipiti di una stessa porta; la datazione dei reperti al Nuovo Regno è stata eseguita su basi stilistiche sia dei blocchi sia delle espressioni e delle costruzioni grammaticali delle iscrizioni.[30]

       La stele, rinvenuta nello stesso punto dei due blocchi, conservata in modo peggiore di questi ultimi, presenta anch'essa un'iscrizione dedicata ad una divinità femminile[31]  ed essa costituisce l'unica attestazione del termine Wh3.t rsy.t proveniente da un documento dell'oasi di Dakhla stessa.

La stele ed i due blocchi permettono di dedurre che la regione era sede di istallazioni egiziane ben stabilite, tra cui un centro di culto locale, chiamato Bìì-nfr, residenza della dea Nrt?, all'interno della regione di el-Dakhla, e dell'esistenza di collegamenti praticabili nella regione e fra quest'ultima e la Valle del Nilo.

Gli scavi francesi hanno portato alla luce tra le antichità il palazzo del governatore locale riconducibile al  regno di Pepi II, distrutto per la maggior parte delle sue strutture durante un incendio.[32]

Negli strati del palazzo sono stati trovati numerosi sigilli ed impronte degli stessi le cui iconografie sono riassumibili in due principali tipologie: geometrico-floreali e con scene di animali e/od umane, ulteriore conferma del fatto che il palazzo fosse stato il cuore amministrativo ed economico del centro, il quale appare molto differenziato anche nella gestione delle stesse attività economiche; ne sono esempio sia il ritrovamento dei sigilli utilizzati della burocrazia amministrativa addetta alla gestione della produzione del pane[33] sia le botteghe ceramiche all’interno della città.[34]

La documentazione disponibile per le attività del palazzo consiste poi nell’archivio epistolare proprio relativo al sistema amministrativo e burocratico del palazzo, che conta di circa 25 lettere, la maggior parte delle quali in frammenti.

L’analisi dei singoli documenti comprendenti lettere, archivi di contabilità e liste di nomi (B.I.F.A.O. 98, 1988, pp. 303 – 305) ha permesso la distinzione di due tipologie epistolari che, a loro volta, permettono di dedurre una certa complessità del sistema burocratico-amministrativo in questione:

 

1) documenti inviati al governatore dai villaggi circostanti l’oasi (B.I.F.A.O. 98, pp. 306 – 311, 314, 315)

 

2) documenti circolanti all’interno dello stesso palazzo (B.I.F.A.O. 98, 1998, pp. 311 - 315)

 

Questa serie di dati costituisce dunque una discreta documentazione riguardo all’occupazione della regione di el-Dakhla ed alla tipologia dei legami istituiti con la corte faraonica dall’Antico Regno sino all’inizio del Primo Periodo Intermedio.

Anche per quanto concerne il Medio Regno i dati a disposizione provengono principalmente dalle recenti indagini francesi, sempre del sito di ‘Ayn Asil/Balat.

Sia per quanto riguarda il contesto funerario, sia per quello urbano i resti archeologici documentano la presenza di una forte amministrazione che doveva gestire le attività politiche ed  economiche della regione, al punto da considerare ‘Ayn Asil come il vero e proprio centro amministrativo di tutta la zona di el-Dakhla, sede dunque del potere locale direttamente a contatto con la corte faraonica: gli scavi della città ben documentano questa realtà portando alla luce all’interno dell’area urbana settori funzionali e specializzati databili per lo meno sino alla XIII dinastia.[35]

Inoltre la documentazione recentemente rinvenuta nella regione dell’oasi di el-Dakhla consiste anche in alcune pitture in tombe che permettono una ricostruzione storica più precisa della situazione della regione durante il Medio Regno; essa infatti illustra un quadro ben diverso a quanto è noto per il Nuovo Regno, mostrando le attività di una serie di governatori locali, che sembrano essersi stabiliti saldamente nella regione, assistiti in loco da una serie di funzionari da essi strettamente dipendenti: le rappresentazioni di questi alti funzionari recano numerosi attributi regali, caratteristica ulteriore che permette di dedurre che la regione di el-Dakhla allora non dovette essere una pura dipendenza del Nomo Thinita, come invece avvenne durante il Nuovo Regno.

Durante il Nuovo Regno gli insediamenti vennero spostati verso la porzione occidentale dell’oasi, e così anche la capitale della regione, che venne trasferita a Mut, ma all’interno dell’oasi stessa vi è poca documentazione archeologica relativa a questo periodo; questa lacuna è stata parzialmente colmata dalle recenti indagini archeologiche dell’IFAO della zona meridionale del palazzo del governatore di Balat (1988 – 1999).

Gli scavi hanno portato alla luce numerosi vasi e contenitori destinati allo stoccaggio ed al trasporto del vino, così come confermano le stesse iscrizioni ieratiche apposte sui vasi, documentando l’esistenza già nota di un’abbondante industria vinicola in situ, durante il Nuovo Regno; la datazione è confermata dalle abbondanti quantità di cultura materiale rinvenuta e databile tra la XVIII e la XX dinastia: come già detto, l’oasi è frequentemente citata in numerosi documenti che descrivono i vini pregiati provenienti da questa regione ed abbondantemente esportati e consumati nella Valle del Nilo.[36]

La documentazione riconducibile al Nuovo Regno ed al III Periodo Intermedio permette poi una discussione più approfondita sulla toponomastica della regione: sembra infatti accettabile considerare i toponimi Knm.t e Wh3.t Rsy.t come riferiti entrambi alla regione di el-Dakhla, oppure ad una regione comprendente el-Dakhla ed el-Kharga, utilizzati però in  contesti diversi, rispettivamente religiosi ed amministrativi, mentre il toponimo P-q3 sembrerebbe poter essere indicativo della sola regione di el-Dakhla.[37]

Altre regioni interne alla zona dell’oasi possono essere identificate con: Jmr.t, riferibile alla zona orientale dell’oasi, presso il tempio di ‘Ayn Birbiya, scoperto recentemente; [cita] S3-Wh3.t ed il più tardo S.t W3h, riferibili invece alla porzione Occidentale dell’oasi, comprendente i siti di Deir el-Haggar, Muzzawaka ed Ambeida; Mt, toponimo per adesso non precisamente riferibile, ma ovviamente candidato con la città di Mut; ‘nh.t, anch’esso non ancora identificato, forse riferibile alla zona centrale della regione di el-Dakhla.[38]

Finora le evidenze archeologiche dell’occupazione di el-Dakhla durante l’epoca Tolemaica sono scarse.

In epoca romana Dakhla conobbe un periodo di crescita economica e demografica: villaggi, fattorie e cimiteri sono stati identificati in tutta l’area della depressione tra cui spiccano i siti di Smint, Amheida e Qasr.

È stato notato che intorno al I secolo d. C. dovette avvenire un certo flusso migratorio di gruppi probabilmente provenienti dal Fayyum a causa del netto degrado dell’economia agricola in questa regione, situazione confermata anche dal fatto che Roma stessa rinunciò alle proprie provvigioni da lì, e probabilmente ricorse proprio a el-Dakhla in sua sostituzione.

L’attività agricola consisteva nelle storiche viticoltura e olivicoltura, nella coltivazione di orzo e grano ed in epoca tarda di cotone.

Dakhla, centro agricolo importante, sotto il dominio romano doveva necessariamente  essere considerati come uno dei punti più caldi dell’Impero, e come tale venne dotato di fortificazioni che assieme alla dozzina di strutture costruite ad el-Kharga, costituivano il baluardo difensivo delle vie commerciali meridionali principali: el-Kharga doveva proteggere e mantenere stabile il percorso della Darb el-Arba’in,[39] mentre Dakhla doveva salvaguardare la Darb al-Tarfawi,[40] forse, almeno  in questo momento storico, maggiormente esclusa dai traffici rispetto alla più sicura el-Arba’in.

 



[1] The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, pg. 500; Giddy Lisa L.,  1987, pg. 29 dove la Giddy cerca di comprendere quali siano le origini delle sorgenti sotterranee nel deserto occidentale. Cita inoltre il termine “new valley” con il quale attualmente ci si riferisce, in relazione ai progetti intrapresi recentemente, alla depressione geologica che comprende le due oasi di Dakhla e Kharga. Per quanto concerne invece il problema in questione, ossia la precisa identificazione della zona geografica precisamente pertinente al toponimo, a pg. 39 l’autrice afferma: “[…] Wh3.t rsy.t remains the generally accepted term for the Kharga-Dakhla group ”.

[2] H. J. L. Beadnell, 1909; Caton Thompson G., 1952, pg. 46; Giddy Lisa L.,  1987,  pg. 6.

[3] Il papiro è stato datato al regno di Ramses II; Gardiner A. H.,1959, pg. 12;  Giddy Lisa L., 1987, pg. 95 e tavole I 42, II 12, III 7.

[4] Giddy Lisa L.,  1987,  I tavola 39, II tavola 10. Amélineau, 1899, pp. 47 – 49; Aubert, 1974, pg. 102 e tavola 8, 17; Valloggia, 1981, pg. 186; Giddy Lisa L., pp 81, 82.

[5] Giddy Lisa L.,  1987,  II nota 266 pg. 121.

[6] Aubert J. F. & Aubert L., 1974, tavole 8, 17 ; Schneider H. D., Shabtis - an..., I pp. 202, 203,  III/1977. 23.

[7] Per il testo vedi: Amélineau E., 1899, pp. 47 – 49 ; Valloggia M.,1981, pg. 186;

[8] Giddy Lisa L.,  1987,  pg. 82.

[9] Suprem Council of Antiquities, 2002

[10] Brugsch, 1878, pp. 66 – 68; Porter B., Moss R., 1927, pp. 277 – 290; Winlock H. E., 1941; Giddy Lisa L., 1987, pp. 44, 45, 98, 165.

[11] Vedi pista carovaniera Esna ed Edfu da Qasr Dush (Naqb Dush);

[13] Il sito venne visitato dal geografo tedesco Georg Schweinfurth alla fine del XIX secolo. Lavori di restauro, consolidamento e ristrutturazione sono stati condotti tra il 1984 ed il 1986, ed attualmente sono in via di pianificazione interventi di scavo in tutta l’area da parte dell’autorità egiziana.

[14] Pantalacci L., l’Ancien Empire – Etudes - J. P. Lauren, pp. 341 – 349 ; Pantalacci L., in BIAFO 96, 1996, pp. 359 – 367; Valloggia M., Note sur l’organisation administrative de l’Oasis de Dakhla à la fin de l’ancien Empire, Méditerranées, in Revue de l’association Mediterranées, Paris 6 – 7, 1996, pp. 61 – 72; Soukiassian G. in Bullettin of the Egyptian Society, London, 11 – 1997.

[15] Valloggia M., 1996, pp. 61 – 72

[16] Minault – Gout A., in F.I.F.A.O. 33, 1992; Valloggia M., 1996, pp. 61 – 72; Pantalacci L., in B.I.F.A.O. 96, 1996, pp. 359 – 367.

[17] Soukiassian G., Wuttmann M., Pantalacci L., F.I.F.A.O. 34, 1990.

[18] Dove sono stati identificati siti satellite di minore grandezza, e nell’insieme è stata riconosciuta una discreta fase occupazionale.

Fakhry A., Journal “Kharga and Dakhla April 1971  (appunti non pubblicati), pp. 25, 84 -86; Mills A. J., 1980, pp. 256, 275, 277, 278; Mills A. J., 1981, pp. 180, 181;  Hope C., 1980, pp. 292, 293; Osing J. et. Al., 1982, parte I:  pp. 36, 37 tavole VII 61 VIII 33(30) - 34 - 37(39) - 38, parte II tavole I 17 - 25, II 5; Giddy Lisa L.,  1987, pp. 167, 171 – 173.

[19] Fakhry A., 1972, pp. 219 – 222; Leclant J., 1973, pg. 422; Grimal, Nicolas, Travaux de l'Institut Français d'Archéologie Orientale en 1991-1992, BIFAO 92 (1992), 211-286 ; Grimal, Nicolas, Travaux de l'Institut français d'archéologie orientale en 1992-1993, BIFAO 93 (1993), 425-519.

[20] Giddy Lisa L., Egyptian Oases, pg. 167.

[21] Tra l’altro nello stesso punto terminava la pista carovaniera di Darb el-Tawīl. Fakhry A., 1972, pg. 220.

[22] Mills A. J., 1980, pp. 275, 277, 278; Mills A. J., 1981, pp. 180, 181.

[23] Arnold in Osing J. et. Al., 1982, pp. 54 – 56 e tavole 11-l-m – n – o.

[24] Andreu G., 1981, pp. 1 – 7; Koenig V & Koenig Y., 1980, pp. 41, 42 e tavola IX; Osing J. et. Al., 1982, pp. 28, 29: nn. 24, 25, 32, 35, 37, 41;  Giddy Lisa L.,  1987,  pg. 170; L. Pantalacci, BIFAO 97, 1997.

[25] Minault-Gout A., in B.I.F.A.O. 95/1995, pp. 297-328.

[26] Nel testo T3-Wh3.t

[27] I testi di entrambe i blocchi si riferiscono a divinità femminili.

[28] Arenaria bianca e grigia.

[29] La larghezza.

[30] Petrie W. M. Flinders, Koptos, 1986, tavole 10, 11; Birkstam B., 1974, pp. 15 – 33; Martin K. R., 1974, pp. 290, 291; Osing J. et. Al., 1982, pp. 33, 34, 36 – 37; Giddy Lisa L.,  1987, parte II pp. 169, 171, 172 e tavola I.

[31] Giddy Lisa L.,  1987, parte II pp. 172, 173 e tavola III

[32] G. Soukiassan et Al. in B.I.F.A.O. 90, 1990, pp. 352 – 357.

[33] Grimal, in B.I.F.A.O. 90, 1990, pp.386 – 387; Grimal, in B.I.F.A.O. 1993, pg. 428; L. Pantalacci, in B.I.F.A.O. 96, 1996, pp. 364 – 365

[34] Soukiassian G., Wuttmann M., Pantalacci L., F.I.F.A.O. 34, 1990.

[35] Baud M.,  in BIFAO 97, 1997, pp. 19 – 34; per le datzioni Aufrerin S., in B.I.F.A.O. 87, 1987, PL. 58d.

[36] Meeks Dimitri, in Actes du Symposium international, 20 – 22 Novembre 1991, da Bulletin de correspondance Hellénique, Supplément 26, Athenes, 1993, pp. 3 – 38.

[37] Kaper Olaf., in B.I.F.A.O. 92, 1992, pp. 117 – 132.

[38] Kaper Olaf., in B.I.F.A.O. 92, 1992, pp. 117 – 132.

[39] Morkot R., The Darb el-Arba’in, the Kharga Oasis and its forts and the other desert routes, in Archaelogical Research in Roman Egypt, pp. 82 – 94.

[40] Reddé, Michel, Sites Militaires Romains de l'Oasis de Kharga, in BIFAO 99, 1999, pp. 377-396.