4.1.2    Piste carovaniere

 

Darb al-Tarfawi Mut (el-Kharga) via Bir Sahara e Bir Tarfawi

Vi sono molte piste carovaniere che suppliscono al collegamento tra ‘Ayn el-Tarfawi ed el-Kharga, ma nessuna di esse è la Darb al-Tarfawi.

Questa pista carovaniera, infatti, inizia il suo tragitto a sud di Mut, margine meridionale dell’oasi di el-Dakhla, e si spinge per tutto il suo percorso direttamente a sud-ovest verso la sorgente di Bir Tarfawi per poi, eventualmente, proseguire verso il Sudan o verso il Nilo (Abu Simbel) attraverso percorsi alternativi che da qui si dipartono (i principali sono Wadi Tushka, Wadi Hamid e Wadi Or).

Sempre da Bir Tarfawi è possibile raggiungere tramite una breve e rettilinea pista diretta ad ovest, la Darb al-Arbain.

La sorgente di Bir Tarfawi, sita all’interno di una depressione situata circa 350 km ad ovest da Abu Simbel,è profonda appena 10 metri sotto il piano del Deserto ed è suddivisa da una bisettrice naturale che si svolge in direzione nord-est – sud-ovest che taglia in due parti speculari la zona: ciascun lato, infatti, era occupato anticamente da un bacino lacustre, ed in entrambe le aree sono state ritrovate tracce di frequentazione.

Ancora oggi la vegetazione si estende radicalmente da Bir Tarfawi in tutte le direzioni per un raggio di circa 15 km e sono presenti alberi di Acacia, Tamarisco e Palme da Dattero: sul margine occidentale dell’area vegetata si trovano le tracce occupazionali preistoriche più importanti ed evidenti.[1]

Gli strati Acheuleani, nei quali sono stati trovati strumenti litici scheggiati, tra cui la me e raschiatoi, giacciono sopra un letto di calcare, e mostrano che i frequentatori si insediarono ed occuparono la regione circostante i due laghi sin dal Neolitico sino  all’inizio dell’Antico Regno

La ceramica locale è invece più tarda, databile  infatti a partire dal 1.160 a. C., si presenta con bordi e colli pronunciati, costruite con tecnica del vermicello, al tornio ed in stampi, e l’evidenza archeologica ha dimostrato che i siti erano sede di un’intensa attività di macellazione (tra i resti animali sono ben rappresentati anche i rinoceronti).[2]

I due laghi che occupavano originariamente le due piccole aree della depressione dovettero formarsi molto probabilmente durante una delle fasi climatiche umide che dal X millennio a. C. si alternarono a contrazioni climatiche più aride durante l’epoca Paleolitica.

Tuttavia queste non sono le tracce occupazionali più antiche della regione poichè indagini satellitari hanno permesso di individuare i resti di un ulteriore bacino lacustre e le tracce dell’occupazione lungo i suoi margini, il tutto databile a partire da circa 30.000 anni fa.

Oggi la regione si presenta con un paesaggio diversissimo dal quadro paleoambientale appena descritto, caratterizzato essenzialmente da un’ampia distesa di dune rosse.

Le stesse indagini satellitari (Shuttle Imaging Radar o S.I.R., 1981) hanno rilevato poi tre antichi letti fluviali nella regione adiacente al complesso di siti archeologici di Bir Tarfawi chiamata “East Uwaynat”, le cui caratteristiche lasciarono ipotizzare la possibilità di trovare acqua fossile nel sottosuolo, possibilità che trovò conferma e dunque incentivò il tentativo di realizzare un’azienda agricola sperimentale che venne chiamata, appunto, East Uwaynat.

La regione è comunque stata studiata dalla Combined Prehistoric Expedition che si dedicò allo studio di Bir Sahara nel 1973 e nel 1974 si recò a Bir Tarfawi.

La sorgente di Bir Sahara, il cui nome coniato da Mrs. Hugh Beadnell significa “la sorgente del deserto” è ancora attiva, e la zona circostante consta di numerose altre sorgenti ormai fossili: nei dintorni di tutte le sorgenti sono stati riconosciuti resti di occupazione soprattutto del periodo Tardo-Acheuleano, ma vi sono anche resti del Medio Paleolitico, distribuiti in circa 5 strati archeologici successivi, alcuni di essi ben identificati e classificati come siti del Musteriano o Atermano, altri troppo antichi per apportare un minimo di documentazione utile ad una datazione precisa, ma comunque riconducibili a partire da 44.000 anni fa.[3]

 

 

‘Ayn Asyl e Mut (el-Dakhla) via Abu Ballas e Gilf Kebir  da Karkur Talh: Nel 1917 L. More e J. Ball hanno rinvenuto a circa 180 Km a Sud dall’oasi di el-Dakhla, circa 400 esemplari di grandi giare da stoccaggio d’acqua: a causa dell’ingente quantità di materiale trovato il sito venne chiamato Abu Ballas, “la collina della ceramica”, e le giare, riesaminate nel 1988 dal Max-Planck Institute dell’Università di Heidelberg , sono state datate al Medio Regno e II Periodo Intermedio (dalla XII alla XVII dinastia).

Molto probabilmente queste giare costituivano un deposito d’acqua lungo la strada diretta verso Mut, ipotesi confermata dalla scoperta di altri depositi di ceramica del tipo di “Abu Ballas” lungo le tracce dell’antica pista carovaniera: uno di questi siti, localizzato a soli 15 Km da Mut, era molto probabilmente un posto di blocco della “polizia faraonica del Deserto”, così come documentato sia dalla ceramica sia da un testo geroglifico, e costituisce al giorno d’oggi il primo esempio di “check-point” del Deserto Occidentale Egiziano.

         La regione era comunque già stata al centro di esplorazioni all’inizio del XX secolo,[4] indagini che avevano portato al riconoscimento di un tempio in pietra,[5] che oggi si presenta come una collinetta conica: alcuni geroglifici ed iscrizioni, tra cui i cartigli di Cheope e suo figlio Didufri datano questa struttura all’Antico Regno: il testo narra di spedizioni verso questo sito durante il XXV e XXVII anno di regno di Cheope;[6] il sito è stato chiamato in onore del figlio del faraone ed a causa di alcuni simboli graffiti “Djedefre’s Water Mountain”.

         Questo sito, assieme al vicino Bir Jaqub è localizzato all’interno di una piccola depressione, e in antichità ambedue dovevano essere caratterizzati da presenza di acqua sorgiva, i cui pozzi, sfruttati sicuramente durante l’Antico Regno, erano noti comunque già in epoca Neolitica, così come dimostrato da una sorta di mappa incisa nella roccia, probabilmente tardo-neolitica, che mostra sia il sito di Bir Jaqub sia 10 sorgenti ed alcuni campi irrigati.

         Molto probabilmente questa regione costituiva in epoca Neolitica una piccola oasi, presso cui si stanziarono gruppi umani dediti ad una certa forma di coltivazione, caratterizzati dall’uso di macine e mole in pietra e da un artigianato tessile molto sviluppato: molto probabilmente questi gruppi erano devoti ad una figura legata alla fertilità, così come ipotizzabile dal ritrovamento di alcune statuette rappresentanti donne incinte.

         Sempre lungo questa Pista Carovaniera vi è poi un altro sito di peculiare interesse, detto Gilf Kebir, caratterizzato geograficamente da un gruppo di dune sabbiose che hanno occupato una piccola depressione anticamente letto di un lago nei pressi del quale doveva esservi un ambiente favorevole all’occupazione umana, così come documentato dai resti di alcuni circoli di pietre e da numerosi strumenti rinvenuti, tra i quali è davvero notevole una lama microlitica realizzata da un piccolo blocco di “Lybian Desert Glass”, intorno a quello che originariamente era il bordo lacustre.

Il sito è stato probabilmente notato già da Bagnold e dalla sua compagnia nel 1938 dato che nel 1939 egli affermò sul proprio “April Geographical Journal” di essersi imbattuto in una “series of Neolithic lakes”.[7]

Durante la missione archeologica di Kuper R., stagione 1996, venne scavato uno di questi circoli di pietre, e durante i lavori vennero rinvenuti alcuni “Clayton Rings”,[8] oggetti in ceramica, datati a periodo Predinastico e Protodinastico, che devono il proprio nome a Patrick Clayton, il primo ad averli trovati durante la sua missione del 1931; da allora sono stati ritrovati in numerose località del Deserto Occidentale Egiziano, anche in località molto distanti da oasi o sorgenti d’acqua, come ad esempio al centro del Great Sand See.

Nei pressi delle sommità di alcune delle collinette circostanti l’antico bacino vi sono i resti di alcuni cumuli circolari di pietre, molto probabilmente punti di vedetta per gli antichi cacciatori che da queste postazioni godevano della vista ottimale per osservare il bestiame che si recava ad abbeverarsi al lago: quelle meglio conservate si trovano lungo la fiancata di una collina che domina la vista della zona più profonda dell’antico lago, nella quale, con tutta probabilità, l’acqua rimase più a lungo.

         L’occupazione in epoca Neolitica della regione del Gilf Kebir è comunque documentata anche dal sito di Wadi Sora, caratterizzato da un’importante presenza di arte rupestre scoperte già nel 1933 dallo Almasy, e da una serie di strumenti  tra i quali spicca una tipologia di mola in pietra  ed alcuni strumenti il cui uso non è ancora ben definito realizzati in pietra di colore grigio-verdastro, forse diorite o dolorite, rinvenuti, oltre che in questa regione, da Newbold nel 1923 nel sito di Wadi Hora,[9] a circa 700 Km dal Gilf Kebir, un altro esempio, sebbene isolato, fù rinvenuto nel 1927 nell’0asi di Merga; il ritrovamento nel sito di Wadi Sora è stato associato ai due casi appena citati avvenuti in Sudan, e dunque interpretato come l’esempio di un legame culturale tra le due popolazioni, così come sembrava inoltre suggerito da una certa similitudine iconografica nell’arte rupestre, ipotesi però non supportate da alcuna evidenza archeologica.

 



[1] Wendorf F., Schild R., Close Angela E.,1993, “Egypt douring the last Interglacial: the Middle Paleolithic of Bir Tarfawi and Bir Sahara East”.

[2] http://www.indiana.edu/~origins/teach/p314/msa%reports/birtarfawi.pdf

[3] Fred  Wendorf, Romuald Schild, 1973 , “Preihistory of the Eastern Sahara”.

[4] Spedizioni di Robert Clayton East Clayton, Hubert G. Penderel e Patrick Clayton del 1932 – 1934 alla ricerca dell’oasi di Zerzoora.

[5] Harding King, 1910.

[6] Tra l’altro se questa lettura degli anni di regno del faraone fosse giusta dovremmo ritoccare quanto assunto dal Papiro di Torino, che documenta per Cheope 23 anni di regno in totale.

[7] Per quanto concerne invece il ritrovamento dei circoli di pietre abbiamo ancora Bagnold R. A., Journeys in the Libyan Desert 1929 and 1930, The Geographical Journal, LXXVIII n. 1, July 1931.

[8] Heiko Riemer e Rudolph Kuper, “Clayton Rings”: enigmatic ancient pottery from the Estern Sahara, Sahara XII, 2000.

[9] Newbold D., “A Desert Odissey of a Thousand Miles”, Sudan Notes & Records, VI, 1923; Newbold D., “Rock Pictures and Archaeology in the Lybian Desert”, Antiquity II, 1928; Keding B., “Leiterand sites in the Wadi Howar, North Sudan”, in Krzyzaniak & Kobusiewitz ed. “Enviromental change and human culture in the Nile basin and Northern Africa until the second millennium b. C.”, Poznan, 1993.