4.1.2
Piste carovaniere
Darb al-Tarfawi Mut (el-Kharga) via Bir Sahara e Bir Tarfawi
Vi sono molte piste carovaniere
che suppliscono al collegamento tra ‘Ayn
el-Tarfawi ed el-Kharga, ma
nessuna di esse è
Questa pista
carovaniera, infatti, inizia il suo tragitto a sud di Mut, margine meridionale dell’oasi di el-Dakhla, e si spinge per tutto il suo percorso direttamente a sud-ovest
verso la sorgente di Bir Tarfawi per
poi, eventualmente, proseguire verso il Sudan
o verso il Nilo (Abu Simbel)
attraverso percorsi alternativi che da qui si dipartono (i principali sono Wadi Tushka, Wadi Hamid e Wadi Or).
Sempre da Bir Tarfawi
è possibile raggiungere tramite una breve e rettilinea pista diretta ad ovest,
La sorgente
di Bir Tarfawi, sita all’interno di
una depressione situata circa
Ancora oggi
la vegetazione si estende radicalmente da Bir
Tarfawi in tutte le direzioni per un raggio di circa
Gli strati Acheuleani, nei quali sono stati trovati
strumenti litici scheggiati, tra cui la me e raschiatoi, giacciono sopra un
letto di calcare, e mostrano che i frequentatori si insediarono ed occuparono
la regione circostante i due laghi sin dal Neolitico sino all’inizio dell’Antico Regno
La ceramica
locale è invece più tarda, databile
infatti a partire dal
I due laghi
che occupavano originariamente le due piccole aree della depressione dovettero
formarsi molto probabilmente durante una delle fasi climatiche umide che dal X
millennio a. C. si alternarono a contrazioni climatiche più aride durante
l’epoca Paleolitica.
Tuttavia
queste non sono le tracce occupazionali più antiche della regione poichè
indagini satellitari hanno permesso di individuare i resti di un ulteriore
bacino lacustre e le tracce dell’occupazione lungo i suoi margini, il tutto
databile a partire da circa 30.000 anni fa.
Oggi la
regione si presenta con un paesaggio diversissimo dal quadro paleoambientale
appena descritto, caratterizzato essenzialmente da un’ampia distesa di dune
rosse.
Le stesse
indagini satellitari (Shuttle Imaging
Radar o S.I.R., 1981) hanno rilevato poi tre antichi letti fluviali nella
regione adiacente al complesso di siti archeologici di Bir Tarfawi chiamata “East Uwaynat”, le cui caratteristiche
lasciarono ipotizzare la possibilità di trovare acqua fossile nel sottosuolo,
possibilità che trovò conferma e dunque incentivò il tentativo di realizzare
un’azienda agricola sperimentale che venne chiamata, appunto, East Uwaynat.
La regione è
comunque stata studiata dalla Combined Prehistoric Expedition che si dedicò
allo studio di Bir Sahara nel 1973 e
nel 1974 si recò a Bir Tarfawi.
La sorgente
di Bir Sahara, il cui nome coniato da
Mrs. Hugh Beadnell significa “la sorgente del deserto” è ancora
attiva, e la zona circostante consta di numerose altre sorgenti ormai fossili:
nei dintorni di tutte le sorgenti sono stati riconosciuti resti di occupazione
soprattutto del periodo Tardo-Acheuleano,
ma vi sono anche resti del Medio
Paleolitico, distribuiti in circa 5 strati archeologici successivi, alcuni
di essi ben identificati e classificati come siti del Musteriano o Atermano,
altri troppo antichi per apportare un minimo di documentazione utile ad una
datazione precisa, ma comunque riconducibili a partire da 44.000 anni fa.[3]
‘Ayn Asyl e Mut (el-Dakhla) via Abu Ballas
e Gilf Kebir da Karkur
Talh: Nel
Molto
probabilmente queste giare costituivano un deposito d’acqua lungo la strada
diretta verso Mut, ipotesi confermata
dalla scoperta di altri depositi di ceramica del tipo di “Abu Ballas” lungo le
tracce dell’antica pista carovaniera: uno di questi siti, localizzato a soli
La regione era comunque già stata al centro di esplorazioni
all’inizio del XX secolo,[4]
indagini che avevano portato al riconoscimento di un tempio in pietra,[5] che
oggi si presenta come una collinetta conica: alcuni geroglifici ed iscrizioni,
tra cui i cartigli di Cheope e suo
figlio Didufri datano questa
struttura all’Antico Regno: il testo narra di spedizioni verso questo sito
durante il XXV e XXVII anno di regno di Cheope;[6] il
sito è stato chiamato in onore del figlio del faraone ed a causa di alcuni
simboli graffiti “Djedefre’s Water
Mountain”.
Questo sito, assieme al vicino Bir Jaqub è localizzato all’interno di una piccola depressione, e
in antichità ambedue dovevano essere caratterizzati da presenza di acqua
sorgiva, i cui pozzi, sfruttati sicuramente durante l’Antico Regno, erano noti
comunque già in epoca Neolitica, così come dimostrato da una sorta di mappa
incisa nella roccia, probabilmente tardo-neolitica, che mostra sia il sito di Bir Jaqub sia 10 sorgenti ed alcuni
campi irrigati.
Molto probabilmente questa regione costituiva in epoca Neolitica una piccola oasi, presso cui si stanziarono gruppi umani
dediti ad una certa forma di coltivazione, caratterizzati dall’uso di macine e
mole in pietra e da un artigianato tessile molto sviluppato: molto
probabilmente questi gruppi erano devoti ad una figura legata alla fertilità,
così come ipotizzabile dal ritrovamento di alcune statuette rappresentanti
donne incinte.
Sempre lungo questa Pista
Carovaniera vi è poi un altro sito di peculiare interesse, detto Gilf Kebir, caratterizzato
geograficamente da un gruppo di dune sabbiose che hanno occupato una piccola
depressione anticamente letto di un lago nei pressi del quale doveva esservi un
ambiente favorevole all’occupazione umana, così come documentato dai resti di
alcuni circoli di pietre e da numerosi strumenti rinvenuti, tra i quali è
davvero notevole una lama microlitica
realizzata da un piccolo blocco di “Lybian
Desert Glass”, intorno a quello che originariamente era il bordo lacustre.
Il sito è
stato probabilmente notato già da Bagnold e dalla sua compagnia nel 1938 dato
che nel 1939 egli affermò sul proprio “April
Geographical Journal” di essersi imbattuto in una “series of Neolithic lakes”.[7]
Durante la
missione archeologica di Kuper R., stagione 1996, venne scavato uno di questi
circoli di pietre, e durante i lavori vennero rinvenuti alcuni “Clayton Rings”,[8]
oggetti in ceramica, datati a periodo Predinastico
e Protodinastico, che devono il
proprio nome a Patrick Clayton, il
primo ad averli trovati durante la sua missione del 1931; da allora sono stati
ritrovati in numerose località del Deserto
Occidentale Egiziano, anche in località molto distanti da oasi o sorgenti
d’acqua, come ad esempio al centro del Great
Sand See.
Nei pressi
delle sommità di alcune delle collinette circostanti l’antico bacino vi sono i
resti di alcuni cumuli circolari di pietre, molto probabilmente punti di
vedetta per gli antichi cacciatori che da queste postazioni godevano della
vista ottimale per osservare il bestiame che si recava ad abbeverarsi al lago:
quelle meglio conservate si trovano lungo la fiancata di una collina che domina
la vista della zona più profonda dell’antico lago, nella quale, con tutta
probabilità, l’acqua rimase più a lungo.
L’occupazione in epoca Neolitica
della regione del Gilf Kebir è
comunque documentata anche dal sito di Wadi
Sora, caratterizzato da un’importante presenza di arte rupestre scoperte
già nel 1933 dallo Almasy, e da una
serie di strumenti tra i quali spicca
una tipologia di mola in pietra ed
alcuni strumenti il cui uso non è ancora ben definito realizzati in pietra di
colore grigio-verdastro, forse diorite o dolorite, rinvenuti, oltre che in
questa regione, da Newbold nel 1923
nel sito di Wadi Hora,[9] a
circa
[1] Wendorf F., Schild
R., Close Angela E.,1993, “
[2] http://www.indiana.edu/~origins/teach/p314/msa%reports/birtarfawi.pdf
[3] Fred Wendorf, Romuald Schild, 1973 , “Preihistory of the
[4] Spedizioni di Robert Clayton East Clayton, Hubert G.
Penderel e Patrick Clayton del 1932 – 1934 alla ricerca dell’oasi di Zerzoora.
[5] Harding King, 1910.
[6] Tra l’altro se questa lettura degli anni di regno del
faraone fosse giusta dovremmo ritoccare quanto assunto dal Papiro di Torino,
che documenta per Cheope 23 anni di regno in totale.
[7] Per quanto concerne invece il ritrovamento dei
circoli di pietre abbiamo ancora Bagnold R. A., Journeys in the Libyan Desert
1929 and 1930, The Geographical Journal, LXXVIII n. 1, July 1931.
[8] Heiko Riemer e
Rudolph Kuper, “Clayton Rings”: enigmatic ancient pottery from the Estern
Sahara, Sahara XII, 2000.
[9] Newbold D., “A Desert Odissey of a Thousand Miles”,
Sudan Notes & Records, VI, 1923; Newbold D., “Rock Pictures and Archaeology in the Lybian Desert”, Antiquity II,
1928; Keding B., “Leiterand sites in the
Wadi Howar, North Sudan”, in Krzyzaniak & Kobusiewitz ed. “Enviromental change and human culture in the
Nile basin and Northern Africa until the second millennium b. C.”, Poznan,
1993.