4.1.2    Piste carovaniere

 

Le piste carovaniere della porzione meridionale del Deserto Occidentale erano direttrici commerciali sfruttate tanto quanto il Nilo, e dovettero costituire vie di collegamento alternative che ovviavano ad alcuni problemi intrinsechi alla navigabilità fluviale, come ad esempio gli ostacoli costituiti dalle cateratte.[1]

Il Nilo, infatti, non costituiva, tranne alcune eccezioni, un percorso diretto tra due diverse destinazioni, e le piste carovaniere del deserto dovevano offrire percorsi minori, e ipotizzando una maggior diffusione di punti di acqua lungo i percorsi, probabilmente non poi così disagiati, il che li rendeva preferibili al viaggio via fiume.

 

Darb al-Arbain: Asyut, Manfalut da Kobbe (Sudan) via al-Shab e Qasr el-Kharga

È generalmente accettato che la pista carovaniera sia di origini molto antiche, forse addirittura frequentata sin dagli inizi dell’Antico Regno,[2] sebbene ne abbiamo testimonianze solo più recenti e lo stesso suo nome risalga al XVII secolo: la strada venne utilizzata come la principale via di traffico di schiavi tra il Sudan e l’Egitto.

La pista parte da Kobbe, in Sudan, e si dirige in direzione nord verso al-Shab proseguendo poi per l’oasi di el-Kharga (giunge ad el-Qasr) per proseguire ancora in direzione nord verso la Valle del Nilo, giungendo quindi ad Asyut e Manfalut per un percorso complessivo di circa 1.176 Km.

Il centro di Kobbe apparteneva alla provincia di Darfur dove esisteva un’antica colonia penale, tuttavia le antichità provenienti dal villaggio risalgono solamente all’epoca Islamica, e nel 1793 [3] gli edifici rimanenti erano 5 scuole coraniche ed una moschea.

Due secoli dopo [4] non vi era più alcun resto né della pista carovaniera, né delle strutture, né delle piazzette utilizzate per i mercati, e le uniche tracce visibili consistevano nelle tracce di fondazione degli edifici: le abitazioni e le strutture, costruite con fango, erano del tutto scomparse.

La pista carovaniera prosegue verso nord raggiungendo il centro di el-Shab, in passato importante stazione di sosta per le carovane e punto dal quale la Darb al-Galaba, precedentemente unitasi alla Darb al-Arbain (a Selima), si diversifica partendo, diretta a nord-est, verso l’oasi di Kurkur ed Aswan.

A pochi silometri da al-Shab si trova una zona ricca di sorgenti, tra le quali è doveroso citare la Bir Kiseiba (o Kasaba) che si trova direttamente lungo la pista carovaniera e nei pressi della quale lo Wendorf e lo Schild[5] ne hanno individuate ben sei, tra cui la Bir Sahara: tutte queste necessitano di perforazione per raggiungere l’acqua, peraltro altamente salinizzata.

Kiseiba rappresenta uno dei siti più antichi di tutto il Sahara Orientale, e sono stati identificati resti di animali e tracce delle attività del loro addomesticamento da parte degli abitanti del sito: le più antiche sono state datate al 9.840 a.C..

Secondo le indagini paleoambientali dello Steindorf e dello Schild, Kiseiba si trovava al centro di una regione che conobbe una discreta prosperità durante le già citate fasi climatiche umide, momento in cui la regione dovette raggiungere le migliori condizioni ambientali, circa 15.000 anni fa, durante il periodo caratterizzato dallo sviluppo del lago del Tardo Pleistocene-Olocene.

È stato ipotizzato che i capi di bestiame addomesticati provenissero in realtà dalla Valle del Nilo, dove durante questa epoca vivevano bradi, e il loro processo di domesticazione avvenne in queste regioni oggi desertiche e quindi considerate marginali, e solo successivamente vennero reintrodotti in Egitto.[6]

In ogni caso è certo, perché documentato dalle prove archeologiche, che la comunità che abitava questo sito Neolitico macellasse le carni (Combined Preihistoric Expedition, Bir Kiseiba, 1979 e 1980), e questa situazione trova riscontri anche in altre due zone, ossia nella regione circostante la sorgente di Bir Habu Hussein, dove è stato identificato un sito di epoca Neolitica, e nella regione di Birr Murr, caratterizzata da una situazione stratigrafica complessa, la cui sorgente (omonima) è sita a circa 60 km da Kiseiba lungo la Darb al-Arbain.

Il sito di Bir Murr si presenta con due piccole depressioni, ciascuna contenente una sorgente, identificate e battezzate dalla Combined Preihistoric Expedition Bir Murr I e Bir Murr II, entrambe con evidenti tracce occupazionali.

Il sito di Bir Murr I è stato datato al VII millennio a. C., e durante i suoi scavi sono stati trovati numerosi strumenti litici (tra l’altro di splendida fattura) e reperti ceramici; anche il sito di Bir Murr II ha mostrato lo stesso tipo di materiale.

È stato quindi ipotizzato che entrambi fossero stati occupati dalla stessa comunità, probabilmente con frequentazioni stagionali, tesi basata sull’analisi della identica fabbrica litica e ceramica.

La pista, dunque, lascia il centro di Kobbe ed immediatamente si suddivide in due diversi percorsi diretti entrambi verso nord, che dopo circa 400 Km di cammino giungono a Bir Natrum senza attraversare alcun sito, al punto che lo stesso Asher[7] sostenne che la “vera” Darb al-Arbain [8]partisse effettivamente da Natrum.[9]

         La zona di Bir Natrum ebbe molti nomi: Wadi Natrum, Valle del Natron, Bir al-Malha (la sorgente del sale), e Bir Zaghawa e venne inoltre erroneamente chiamata con i nomi invece riferiti a quattro sorgenti circostanti: Bir Sultan, Bir Dilani, Bir Natrum e Bir Nakhla.

L’intera area era invece chiamata spesso al-Atrum dalle tribù di Kababish e di Hawawir del Sudan, i frequentatori autoctoni della zona, ed anche Asher utilizzò questo toponimo per riferirvisi, mentre il geografo arabo Idrisi indicava l’intera area con il nome di Tadjerin o Tajuwin.

         Dalla zona di Al-Atrum la pista prosegue verso Laqya al-Arbain che raggiunge dopo circa 224 Km.

         Il toponimo arabo significa “trovare la fortezza” e ben descrive quelle che dovevano essere le caratteristiche e le esigenze di quanti viaggiavano nel deserto locale: sotto il controllo dei banditi appartenenti alle tribù locali dei già citati Kababish, poi dei Bedayatte e dei Goran dediti tra le altre attività anche al commercio di datteri, doveva essere essenziale poter stabilire avamposti e presidi da impiegare come strumento di controllo così da rendere possibile la circolazione lungo la strada.

Da Laqya al-Arbain è possibile raggiungere la piccola oasi di Selima attraverso un difficile percorso ed anche una pista carovaniera ulteriore, la Darb al-Galaba, provenendo da Dongola vi si dirige incontrandovi la Darb al-Arbain.

         La piccola oasi, disabitata, si presenta con alcune palme da dattero [10] disposte vicino alla sorgente d’acqua che consiste in “un vero e proprio buco nel terreno” profondo appena un metro , ed entrambi sono sovrastati a nord-est da una collina chiamata Gebel al-Tuliya.[11]

Presso Selima sono state trovate alcune iscrizioni:[12] molte di queste sono in Arabo, alcune forse medioevali, ma la maggior parte moderne di cui alcune in Wasm, molto simili alle iscrizioni rinvenute a Tineida nell’oasi di el-Dakhla.

Gli studi attuali in questa regione consistono in ricerche paleoambientali e non riguardano solamente Selima, ma interessano anche le oasi di Merga, circa 500 Km più a sud.

La Darb al-Arbain, come affermato precedentemente, era principalmente una via commerciale, probabilmente sin dall’Antico Regno, ma tracce di una certa attività di controllo sul percorso risalgono solo all’epoca Romana, e consistono in una serie di fortezze presso l’oasi di el-Kharga, probabilmente disposte per salvaguardare le carovane lungo il loro tragitto e per difendere l’oasi da eventuali frequentatori ostili provenienti da sud attraverso la pista carovaniera.

         Durante l’epoca Islamica la sua frequentazione  conobbe un enorme incremento, come descritto precedentemente, soprattutto a causa del commercio di schiavi.

È possibile che questa sia la pista carovaniera percorsa da Harkhuf nel suo viaggio da Aswan, ma non vi è alcuna testimonianza archeologica relativa.

Sappiamo invece con certezza che l’amministrazione faraonica ebbe notevoli problemi a mantenere il controllo sulla frontiera meridionale, ed infatti durante il Medio Regno vennero edificate delle mura difensive nella stessa Aswan.

Greci e Romani ereditarono così le stesse difficoltà, ed in epoca più tarda la stessa oasi di el-Kharga cadde vittima di incursioni nubiane: nel 747 una spedizione nubiana la attaccò, e nel XV secolo il re della Nubia inviò armate per conquistare tutte le oasi egiziane ed utilizzò proprio la Darb al-Arbain per raggiungere el-Kharga.

 

Darb al-Galaba

Meno conosciuta della Darb al-Arbain è stata però una pista di grande importanza, anch’essa impiegata per il commercio degli schiavi, e quindi una direttrice commerciale fondamentale con il Sudan.

Partendo da Dongola, in Sudan essa si muove ad ovest e raggiunge l’oasi di Selima intersecandosi con la Darb al-Arbain.

Le due strade proseguono dunque assieme verso el-Shab, ma raggiunto il centro la Darb al-Galaba cambia direzione verso nord-est, attraversando la sorgente di Bir Takhlis e Bir Nakhla, e lambendo i margini del Gebel Nabta presso il sito di Nabta Playa.

Il sito di Nabta Playa giace in una piccola depressione sormontata da un’altura omonima, il Gebel el-Nabta, e nella sua area sono stati individuati numerosi siti del Tardo-Paleolitico e del Neolitico.[13]

Il sito principale contiene la più antica attestazione della presenza umana in Egitto, costituita da una comunità di dimensioni ragguardevoli,[14] mentre per quanto concerne il Tardo-Paleolitico sono stati rintracciati 6 siti maggiori i cui strati, così come per altre aree del Deserto Occidentale tipo Uwainat, el-Dakhla, el-Kharga e Farafra, hanno ben documentato le tre contrazioni climatiche spesso menzionate: in particolar modo gli strati dei giacimenti documentano la fase di transizione tra il “momento” arido, databile al 9.500 a. C.  circa, e la fase molto umida sviluppatasi intorno al 9.000 a. C. durante la quale si ipotizza fosse avvenuta la formazione dei due antichi piccoli bacini lacustri.

A questa fluttuazione ne seguì una nuovamente a carattere arido che perdurò sino al 7.000 a. C circa, a sua volta seguita da una nuova contrazione a carattere umido e piovoso.

Oltre che dalla documentazione archeologica direttamente proveniente dai diversi siti di Nabta Playa (i siti contenevano anche molta ceramica) la situazione ambientale ipotizzata, adatta all’occupazione umana, è stata provata anche dalle ricerche fotogrammetriche dello Shuttle Imaging Radar, e consistono negli antichi letti dei corsi d’acqua che vi fluivano.

I siti costituiscono inoltre la più antica attestazione di ceramica nell’Africa Settentrionale, più precisamente ceramica dell’Antico Neolitico, datata sin dal 8.100 a. C., e decorata con motivo a rete o in “Ripple Style”: alcuni esemplari ceramici non sono associabili con nessun altra produzione locale.[15]

La comunità che vi si stanziarono lasciarono tuttavia tracce ancor più notevoli, come i megaliti, scoperti nel 1988, disposti su una superficie di circa 1 Miglio² anticamente il letto di uno dei due bacini lacustri formatisi durante la prima delle fasi umide, organizzati secondo allineamenti astronomici e datati tra il 7.300 ed il 6.800 a. C., di cui alcuni sono sopravvissuti per una altezza di oltre 9 piedi; oltre ai megaliti è stato ritrovato anche un circolo in pietra con annesse rocce ovali graffite che costituivano un calendario.[16]

L’area archeologica contiene anche 9 sepolture circolari, tutte sormontate da tumuli di pietre (pesanti circa 90 kg ciascuna): una delle tombe è stata scavata e conteneva una copertura in argilla e le ossa degli animali sacrificati annessi al defunto come parte del corredo.

La pista prosegue il suo percorso attraverso la regione della cosidetta “Miniera di Chefren” e del “Quarz Ridge”, ed a questo punto incontra una pista secondaria proveniente da Adinan e diretta verso Abu Simbel.

La “Cava di Chefren”, utilizzata per l’estrazione della pietra impiegata per la realizzazione della statua dello stesso faraone, oggi conservata nel museo del Cairo, è stata sfruttata per tutto il periodo dell’Antico Regno, dopo il quale è assente qualsiasi manufatto realizzato con essa in tutto l’Egitto.

Solo nel 1932, una pattuglia armata persasi durante una tempesta di sabbia, ritornò al Cairo con un reperto di questa pietra contenente un’iscrizione, e dunque nel 1933 venne organizzata una spedizione per esaminare la zona e vennero individuati due siti e molte tracce di frequentazione umana, tutte comunque databili all’Antico Regno, tra cui alcuni manufatti che recavano il sigillo del faraone Cheofe.

Il primo di questi sistemi venne chiamato Quarz Ridge, ed il secondo, 12 kilometri più a nord, Stela Ridge perché contrassegnato da 8 cumuli di pietra sovrapposti alle relative sepolture.

Nella regione in questione l’utilizzo dei cumuli di pietre aveva una funzione ulteriore a quella sepolcrale: le pietre servivano a contrassegnare in modo visibile le piste carovaniere magari più difficoltose da individuare.

Murray, proprio attraverso questi tumuli, sostenne di aver individuato l’antica pista che connetteva le due cave a Tuska, sul Nilo, ed a circa metà del suo percorso egli trovò un altro cumulo di pietre, che datò a circa 2.000 anni fa, interpretandolo come un ulteriore punto di riferimento, probabilmente costruito per indicare ai viaggiatori il tracciato della pista.

Murray pensa che la pista carovaniera fosse lunga circa 80 km, e si incrociasse con un altro percorso, la pista Hedfu - Halfa a circa 233 km dal Nilo: egli ipotizza che i cumuli di pietre fossero stati dei segnali lasciati dagli antichi frequentatori in modo da rendere più sicuro il suo percorrimento proprio grazie a questi riferimenti.

La Darb al-Galaba procede ed oltrepassa l’oasi di Kurkur e costeggiando il Nilo sino a Kubbamiya, a circa 10 Km a nord di Aswan, continua poi sino ad Esna ed a Farshut.

L’oasi di Kurkur è inserita all’interno di una piccola depressione e consta di nove sorgenti che forniscono l’acqua sufficiente per una discreta vegetazione, tra cui soprattutto alberi di Acacia e Palme da Dattero: l’area ha solo un’altura nella sua zona, il Gebel el-Garra, mentre è completamente circondata da una altopiano di calcare bianco.

Durante il regno di Ramesse, nel Nuovo Regno, venne costruito il tempio di Wasi al-Sebua, utilizzando come manodopera gli abitanti locali e quelli della vicina oasi di Dunqul.

Quest’ultima, situata circa 200 km a nord da Abu Simbel, presenta ugualmente un piccolo palmeto nella’area circostante la sorgente, la cui acqua è molto meno salinizzata di quella delle falde di Kurkur.

Negli anni “60 sono state condotte diverse ricerche archeologiche e geologico-ambientali nella regione: la già citata Combined Prehistoric Expedition e l’Università di Yale (per conto della Nubian Salvage Campaign) si dedicarono alla ricerca di materiale preistorico, più precisamente dal 1960 al 1963, mentre il Desert Institute del Cairo, nel 1964, si attivò per studiarvi la flora, e quest’ultima spedizione rinvenne sorprendentemente nel palmeto esemplari di Argum Palm Medemia Argum, specie coltivata dagli antichi Egizi che si riteneva ormai estinta.

Dall’oasi di Dunqul è possibile inoltre intraprendere una pista carovaniera minore che si dirama dal punto più meridionale dell’oasi di el-Kharga (circa 70 km a sud di el-Qasr): essa passa e supera Nakheila, si dirige a sud-est verso Tomas, in Sudan, percorrendo un tratto parallelo al Nilo.

Anche in questo caso, nell’area di Dunqul sono state rinvenute tracce di frequentazione legate sia allo sfruttamento minerario, sia ad una discreta attività di caccia.

L’oasi di Nakheila[17] è stata studiata dal Fakhry che individuò nella sua area alcuni graffiti tra i quali disegni di conchiglia, di gazzelle e serpenti, ma il documento più importante che vi trovò consiste in un’iscrizione della XIII dinastia (Medio Regno).

Anche questa pista è stata candidata come la probabile strada percorsa da Herkhuf.

 

Darb al-Isrin

La pista  carovaniera consente il collegamento tra Mahas ed el-Kharga, anch’essa sfruttata per il commercio degli schiavi, ed il suo nome indica l’antica durata del suo percorso con carovana: 20 giorni.

Anche per questa pista, così come per le due successive Darb al-Tarfawi, non sono state ancora identificate resti archeologici tali da poter permettere discussioni più approfondite.

 

Darb al-Tarfawi [18]

La pista carovaniera collega Mut (oasi di el-Dakhla) a Bir Tarfawi nel deserto di Uwaynat.

 

Darb al-Tarfawi [19]

La pista carovaniera collega Qasr el-Kharga a Bir Tarfawi nel deserto di Uwaynat.

 



[1] Esse dovevano essere superate trasportando il carico via terra per il tratto necessario per poi reimbarcarsi successivamente, ma l’operazione era estremamente difficoltosa e dispendiosa.

[2] Vivian C., 2000, pg. 346.

[3] Browne, esplorazione del 1793.

[4] Asher M., 1986, “ In Search of the Forty Days’ Road ”..

[5] Wendorf F., Schild R., Close A., 1984, “Kattle Keepers of the Eastern Sahara: the Neolithic of Bir Kiseiba”.

[6] Wendorf e Schild.

[7] Asher M., 1986, “ In Search of the Forty Days’ Road ”.

[8] Per “vera” si deve intendere la pista originale, ossia la più antica.

[9] Per uqanto concerne la scelta del percorso migliore fra i due disponibili vedi introduzione; per la pista in questione Rohlfs, 1875; Beadnell, 1909; Kennedy Shaw, 1929; Giddy L., 1987.

[10] Sfruttate dai Kababish; Vivian C., 2000, 350.

[11] Rosita Forbes, “Lost Oasis – Hassanein, the Secret of Sahara: Kufra”; Rosita Forbes, “Across the Lybian Desert to Kufra”.

[12] Duglas Newbond e W. B. Kennedy Shaw, durante il loro viaggio a Cammello di 1.000 miglia, 1927 – 28; Kennedy Shaw W: B., Lloyd Owen D. L., 1990, “Long Range Desert Group”.

[13] Fred Wendorf & Romuald Schild, Late Neolithic structures at Nabta Playa (Sahara), Southwestern Egypt, Journal of Anthropological Archaeology, 1997; Fred Wendorf, Angela E. Close & Romuald Schild, Megaliths in the Egyptian Sahara, Sahara V, 1992 – 1993.

[14] Wendorf F., “The beginning of Food Production in Eastern Sahara”.

[15] Wendorf F., Schild R., 1980, “Prehistory in the Nile Valley”;  Wendorf F., Schild R., 1980, “Prehistory in the Eastern Sahara”.

[16] Mc Kim Malville J., Wendorf F., Ali Mazar, Schild R., 1998, “Megaliths and Neolithic Astronomy in Southern Egypt”.

[17] Da non confondere con l’oasi sudanese di Merga, a volte chiamata Nukheila.

[18] Vivian C., pg. 346; Murray G. W., “Dare me to the Desert”, 1967.

[19] La pista è riferita da Burkhardt Jean Louis, 1826; Samir Lama, 1946 – 47; Vivian C., 2000, pg. 347.