1.3.2 Siwa

 

A causa della sua posizione favorevole rispetto alla costa del Mediterraneo, la maggior parte delle piste principali che si snodano dall’oasi di Siwa seguono una direzione verso nord lambendo la costa del Mediterraneo per poi raggiungere la Valle del Nilo.[1]

Le piste costiere, malgrado allunghino il cammino da percorrere, sono state però sempre preferite ai percorsi diretti che attraversavano il deserto, anche perché esse si snodano attraverso le oasi minori e le sorgenti, punti d’approvvigionamento idrico che lungo le piste desertiche sarebbero stati raggiungibili solo tramite lunghe deviazioni, perdendo quindi forse il maggior vantaggio delle vie desertiche dirette: la minore distanza da percorrere.[2]

A differenza delle altre oasi, i collegamenti sono chiamati masrabs ed il loro numero, soprattutto dei percorsi minori, è sicuramente maggiore di quello relativo ad ogni altra oasi, anche se la loro agibilità è limitata ed impegnativa.[3]

Ognuna di queste piste, dato che l’oasi è costituita morfologicamente da una depressione del terreno, deve guadagnare l’uscita dall’area varcando le alture circostanti, e dunque sfruttando un passo.[4]

Le principali piste carovaniere possono quindi essere così schematizzate:

 

A.   Verso Farafra e Bahariya

       el-Qasr Farafra da Zaytum (via oasi di Areg, ed ‘Ayn el-Dallah)

 

B.    Verso la costa del Mediterraneo

Marsa Matruh, El-Dahaba, ‘Ayn Qattara, Alessandria ed el-Qarah da Shali (Masrab Dal e Masrab el-Istabl, via Naqb el-Mughbara)

       El-Sollum da Shali (via Naqb el-Mazuha) ed El-Sollum da Shali e da Zaytum (via Masrab el-Shaqqa)

       El-Sollum da Zaytum (Masrab el-Sheferzen)

       El-Sollum da Zaytum (Masrab el-Diqnash)

Sidi Barrani da Zaytum (via Masrab el-Sheferzen, via Masrab el-Khamisha, via Masrab el-Qatrani)

 

C.   Verso l’oasi di Qara

       Qara da Zaytum (Darb Dara, via Ras el-Qattara):

 

D.   Verso l’oasi di Jaghbub

       Jaghbub da Shali e da Zaytum (Masrab Akwan)

 

 

A.   Verso Farafra e Bahariya

 

Zaytum el-Qasr Farafra (via oasi di Areg, e dunque ‘Ayn el-Dallah):  la strada, si snoda poco più a sud di Masrab Dal e passa attraverso le oasi minori di Bahrein, Nuwamisa e Sitra, attraversando il distretto di Qurayshat che prende nome dall’antica sorgente di ‘Ain Qurayshat la cui frequentazione, oggi assente a causa dell’acqua inquinata, è attestata in epoca Tolemaica e Romana  anche tramite i resti archeologici dei siti circostanti: la stessa Qurayshat, Qaşr al-Ghashshām, ed Abū Shurūf.

Non lontano dalla sorgente di ‘Ain Qurayshat, la sorgente più grande di tutta la regione di Siwa, e forse di tutto il Deserto occidentale stesso,  vi è il sito di Qaşr al-Ghashshām caratterizzato principalmente dalle rovine del tempio databili al periodo Tolemaico delle quali purtroppo non sono rimasti che pochi blocchi relativi al suo crollo, mentre è possibile studiarlo grazie ai disegni dello Steindorff che visitò le oasi all’inizio del secolo. [5]

Sempre a poca distanza da Qurayshat vi è il sito di Abū Shurūf, la cui storia è simile a quella di al-Ghashshām, anch’esso caratterizzato dai resti del tempio in pietra, le cui strutture, ben conservate, purtroppo non recano alcuna iscrizione ne alcuna decorazione, e la sua datazione è stata effettuata in base allo stile della facciata, e quindi ricondotta ad un periodo tra il I a. C. ed il III secolo d. C.[6]

L'Oasi di Bahrein è invece situate a circa 120 km sud-est di Siwa, nei pressi della pista carovaniera che conduce a Baharia e Farafra; il nome arabo indica l’esistenza di due laghi salati che ora si trovano in un'area completamente desertica, ma in antichità sorgeva presso la riva del lago maggiore ed occidentale un antico sito di una certa importanza che invece è sempre stato descritto come un piccolo sito archeologico senza interesse.

Fu indagato da Ahmed Fakhry,[7] che notò nella sua zona solo alcune tombe anepigrafi scavate nelle rocce della piccola scarpata vicina al lago, e dunque Bahrein è stato semplicemente presentato come uno dei molti poveri insediamenti per il rifornimento d'acqua che sorsero lungo la pista desertica per le carovane che viaggiavano da Bahariya o da Farafra a Siwa; queta situazione è relativa al sito datato all'epoca romana.

Sul bordo orientale del lago vi è però una collinetta artificiale, e questo tell è costituito dalle rovine di un piccolo tempio egiziano le cui mura, decorate con rilievi scolpiti, sono ancora conservate, e da una serie numerosa di blocchi sparsi tutto intorno.

Il tempio era  stato costruito con questi blocchi di calcare Numolitico di scarsa qualità ricavati dalla cava locale rintracciata a soltanto 150 Km a Nord dal sito: le rovine del monumento sono conservate per un’altezza variabile tra gli 80 ed i 180 centimetri.

La porta principale da l’accesso ad un corridoio ipostilo il cui tetto era  originariamente sostenuto da sei colonne decorate con intonaco verniciato: ogni colonna aveva 100 centimetri di diametro e la loro base è ancora conservata; il corridoio ipostilo è stato aggiunto alla parte originaria dell’edifico in epoca Greco-Romana.

La documentazione epigrafica consente di definire una datazione per la costruzione del complesso dato che parte di un’iscrizione comprende un cartiglio che mostra il nome di un Tolomeo, il che potrebbe suggerire la costruzione del tempio durante il periodo macedone.

Il corridoio precedentemente descritto conduce al santuario, costruito secondo canoni architettonici classici dei Naos tripartiti egiziani, ed è stato interamente decorato con rilievi ed iscrizioni dipinte: deboli tracce di queste decorazioni sono ancora visibili in situ sulle pareti orientali e settentrionali della stanza centrale del santuario.

La stratigrafia ha rilevato come il tempio fosse già stato abbandonato durante il periodo Tardo Romano, momento in cui il corridoio ipostilo venne utilizzato come riparo per i viaggiatori delle carovane provenienti o diretti verso Farafra o Bahariya.

In epoca Bizantina le pareti del tempio erano crollate, ed i loro blocchi vennero bruciati per la produzione di calce, reimpiegata poi sulla parte superiore delle rovine: anche a causa di questo utilizzo il pavimento originale del tempio, fatto di calcare bianco, è conservato soltanto in pochissime porzioni.

Le decorazioni documentano la loro esecuzione durante il regno di Nectanebo I (380 – 362 a. C.) del quale è ancora ben conservato il cartiglio, così come sono ancora visibili alcuni rilievi le cui iscrizioni documentano anche l’antico toponimo utilizzato per indicare l’oasi di Bahrein, ossia “Imsppt “ o “Igsppt”, attestando inoltre  l’epiteto locale con cui si venerava Amun- Ra, e cioè “ir nekhet nekhet” “Colui che rende forte”.

Nelle decorazioni sono comunque rappresentate altre divinità egiziane, tra cui Ptah, Tefnut, Thot, Osiris ed Herishef, quest ultimo raffigurato in un rilievo molto bello mentre riceve offerte dallo stesso re Nectanebo.

Altri rilievi appartengono ad un altro re libico, decorato con il tipico diadema piumato, il cui nome, nel cartiglio, è purtroppo irrimediabilmente danneggiato.

La datazione di queste decorazioni, basata anche sullo stile dei rilievi stessi, suggerisce un periodo prossimo alla XXX Dinastia.[8]

 

B.    Verso la costa del Mediterraneo

 

Marsa Matruh, El-Dahaba, ‘Ayn Qattara, el-Qarah ed Alessandria da Shali (Masrab Dal e Masrab el-Istabl, via Naqb el-Mughbara): la pista è stata indubbiamente la via di comunicazione più importante tra l’oasi di Siwa e la costa.

Sulla carta è chiamata Masrab al-Istabl, ma i beduini vi si riferiscono col nome di Masrab Dar el-Mahasnas ed è anche conosciuta col nome di Sikket al-Sultan. 

Venne usata da Alessandro Magno quando, nel 331 a. C., si recò in visita all’oasi, e comunque dalla grande maggioranza di visitatori prima e dopo di lui, ma il viaggio che Alessandro intraprese nel IV secolo costituisce sicuramente l’episodio storico più importante dell’oasi.

Egli mosse la sua spedizione da Paraetonium all’oasi di Amon all’inizio dell’inverno, fra la fine di Dicembre e la prima metà di Febbraio, nel 331 a. C., viaggio che compì con un certo numero di soldati e di accompagnatori; fra questi vi era Callistene, lo storico di corte, che ha lasciato un’eccellente descrizione dell’impresa poi tramandata attraverso scrittori più tardi.

Alcuni episodi sono degni di nota: ad esempio Callistene racconta che, dopo pochi giorni di marcia, le riserve d’acqua erano terminate, e tutta la carovana era terrorizzata dalle conseguenze, ma una provvidenziale pioggia permise ai viaggiatori di rifornirsi e di proseguire verso Siwa; egli racconta anche di come l’intervento di alcuni corvi fu indispensabile alla carovana per riprendere la direzione corretta ben due volte.

Ovviamente è lecito dubitare della veridicità degli incidenti. Questi episodi, magari ispirati da eventi reali, sembrano voler suggerire la credenza in poteri soprannaturali che assistevano Alessandro e lo salvavano miracolosamente non appena la sua vita fosse in pericolo; essi sono dunque preludio, quasi giustificazione, del suo essere non solo terreno, e dunque preludio anche dello stesso oracolo che si apprestava a consultare e del suo destino in Egitto.

Dopo la pericolosa ed estenuante marcia nel deserto, la carovana raggiunse l’oasi di Siwa, e rimase piacevolmente attonita di fronte al palmeto ed agli alberi di olivo, nonché dall’abbondanza di sorgenti e di acqua corrente.

Callistene descrive l’oasi e cita i due templi: quello oggi chiamato Umm ‘Ubaydah, le cui rovine sono ancora visibili, al centro del palmeto, ed il tempio dell’Oracolo, costruito su una roccia detta “l’acropoli”: il tempio di Aghurmi, così come ancora oggi è chiamato. 

La pista percorsa da Alessandro copre una distanza di circa 300 Km, e parte da Masra Matruh per muoversi verso sud, via Wadi al-Raml, Bir Gueifire, poi attraversa il Naqb al-Hanayis per giungere, a metà della sua corsa, a circa 160 Km da Marsa Matruh a Bir Fuad al-Awwal (oppure Bir al-Nuss), unico punto utile per il rifornimento di acqua,  poiché l’altro si trova solo presso Om el-Soghair, ad ‘Ayn Bagar, quando praticamente si è giunti all’oasi stessa.

È opinione generale che questa sia la pista preferita dai cammellieri per l’abbondanza di pascolo nei suoi dintorni , ed una carovana copre la sua distanza in circa 8 – 9 giorni di marcia. 

Oltre al  grande successo che i due templi dedicati ad Amon ebbero nel corso della storia,[9] quindi fonte di attrazione religiosa verso l’oasi di Siwa, la frequentazione della pista è attestata in diversi modi: prima di tutto a causa della presenza nei pressi del suo percorso di alcune sepolture databili al periodo tolemaico o poco precedenti.

Vi  sono due gruppi distinti di sepolture, rispettivamente ricavate scavando le pareti del Gebel Dakrur e del Gebel al-Mawta  dove è stata identificata anche una delle miniere sfruttate per estrarre il materiale destinato alla costruzione dei templi dell’oasi.

 

El-Sollum da Shali (via Naqb el-Mazuha) ed El-Sollum da Shali e da Zaytum (via Masrab el-Shaqqa): vi sono alcune strade che consentono il collegamento con El-Sollum: la prima Masrab al-Shaqqa, è anche conosciuta col nome di Masrab Diqnāsh, ed il suo percorso lambisce l’odierno confine fra Egitto e Libia. 

La strada è stata percorsa recentemente, e nei suoi 310 Km totali di percorso la pista lambisce la sezione occidentale della depressione dell’oasi, sopra l’altopiano, per poi dirigersi direttamente verso El-Sollum. 

 

El-Sollum da Zaytum (Masrab el-Sheferzen): La seconda[10] è chiamata Masrab Sheferzen: essa segue lo stesso percorso della strada principale, la Masrab al-Istabl da cui poi si divide a nord di Siwa dirigendosi verso El-Sollum.

 

Sidi Barrani da Zaytum (via Masrab el-Khamisha o Khamasa) e Sidi Barrani da Zaytum (via Masrab el-Sheferzen): Masrab al-Khamasa prende il suo nome, e cioè ”strada delle cinque”, dal numero di sorgenti che incontra sul proprio percorso verso Sidi Barrani, nella costa settentrionale, stessa destinazione di una pista ulteriore: Masrab al-Qatrani.

 

C.   Verso l’oasi di Qara

 

Qara da Zaytum (Darb Dara, via Ras el-Qattara): la pista è conosciuta anche con il nome di Masrab Dal.

Essa raggiunge Qattara dopo aver attraversato il passo di Naqb al-Mughbara e l’oasi minore di Qara.

 

D.   Verso l’oasi di Jaghbub

 

Jaghbub da Shali e da Zaytum (Masrab Akwan):

 

 

 

 



[1] Falls J. C. E., 1913, pp. 196, 197. Per la pista  SiwaValle del Nilo via Bahariya. Vedi Bahariya, piste carovaniere, BahariyaBahnasā e BahariyaSiwa.

[2] Giddy Lisa L.,  1987, pg. 16 – 17.

[3] Cassandra Vivian, 2000, pg. 313.

[4] Ogni passo solitamente consiste in un avvallamento o una frattura naturale nella roccia dell’altopiano, spesso molto difficile da individuare a causa del riempimento della sabbia, o dalla scalata molto impegnativa e difficoltosa. Anche a Bahariya  il passo è detto Naqb, ed i principali sono Naqb Sharik, Naqb Mazura, Naqb Qirba, Naqb Migahhiz, Naqb Abu Beiraq, Naqb al-Baqar, Naqb al-Mughbara, Naqb al-Qarn ,Naqb Tibaghbugh. Vedi Cassandra Vivian, 2000,  pg. 313- 314.

[5] Steindorff G., 1904, “Durch die Libysche Wiiste zur Anionsoase”.

[6] Vivian C., 2000.

[7] Fakhry, A, 1944., “The Egyptian Deserts. Siwa Oasis. Its History and Antiquities”.

[9] Anche se l’importanza dei due templi non è motivo di attrazione solo per questa pista, ma per tutti i collegamenti con l’oasi, dove tuttavia questa pista ha un ruolo particolare, visto che, come precedentemente affermato, è assolutamente la più conosciuta ed usata delle vie d’accesso all’area di Siwa.

[10] Vedi sopra.