1.2    Cenni storici

 

Di questa regione è maggiormente nota la storia relativa alla zona costiera che alla parte interna: infatti l’area costiera, che si estende da Alessandria al confine libico per circa 500 Km, è stata percorsa praticamente da tutti i più grandi esploratori ed avventurieri della storia.

Gli Egiziani hanno avuto una lunga storia di scontri e guerre con i Libici e le ostilità presenti in questa frontiera sono note sin dalla VI dinastia; le cose non mutarono molto nel corso della storia se, nel Nuovo Regno, furono i Libici, fomentati e spinti dalle pressioni provenienti da oriente e dalla costa del Mediterraneo, ad intensificare il processo di infiltrazione in territorio faraonico.

Seti I, Ramses II e Ramses III tentarono infatti di arrestare questa infiltrazione e dunque di espellere i Libici scontrandosi ripetutamente sulla costa, sul delta ed attorno al lago Maryut, opponendo una resistenza forte e prolungata, ma inevitabilmente l’elemento Libico si affermò sino allo stabilizzarsi di una propria dinastia regnante.[1]

Il periodo romano costituisce il momento storico meglio documentato: la costa venne popolata con la costruzione di insediamenti, porti per il trasporto e lo stoccaggio del grano; venne migliorato e riorganizzato il sistema idrico con lo scavo di capienti cisterne anche per supplire all’irrigazione per consentire la coltivazione di uva, grano ed altri cereali.[2]

Siwa, come altri centri del Deserto Occidentale, ha avuto diversi nomi nel corso dei millenni di storia: è stata  chiamata Santaria dagli antichi Arabi, Oasi di Jupiter-Amon, Oasi di Mamaricus Hammon dai Greci, Oasi del Campo delle Palme e di Santar dagli Antichi Egizi.

Si pensa che la sua regione, così come le altre oasi del Deserto Occidentale egiziano, fosse stata occupata fin dal Paleolitico e dal Neolitico da gruppi di cacciatori-allevatori,[3] ed è stato ipotizzato che Siwa sia stata una sorta di capitale di un territorio più vasto, che avrebbe incluso Qara, Araishieh e Bahrein; sicuramente durante l’Antico Regno Siwa era parte di Tehenu, estesa ad est sino a Mareotis,[4] gli studi hanno dimostrato che la fase preistorica della regione è  simile a quella delle altre oasi del Deserto Occidentaler e del Fayyum,[5]

Le evidenze archeologiche dei siti del Deserto Occidentale, anche di quelle regioni più meridionali e distanti (Bir Kiseiba – Nabta), così come quanto emerso dalle indagini preistoriche condotte a Bahariya, hanno messo in evidenza delle fasi climatiche miti e delle relative condizioni ambientali favorevoli all’occupazione umana in un periodo compreso tra il X ed il VI millennio a. C.,[6] fase associabile all’occupazione da gruppi pipaleolitici di cacciatori-allevatori in molti siti delle Oasi del Deserto Occidentale egiziano: le condizioni ambientali dovevano essere simili a quelle di una sorta di savana, favorendo così lo stanziamento dei gruppi umani dediti all’allevamento di capre e pecore ed all’agricoltura.[7]

Questa fase umida dovette essere seguita da una serie di contrazioni climatiche aride che dovettero portare al graduale abbandono di queste comunità delle zone desertiche, forse anche dalla regione del Sinai, provocando un lento flusso di gruppi umani di cui alcuni si infiltrarono lentamente all’interno della Valle del Nilo,[8] fondendosi gradualmente con i gruppi “nilotici” indigeni di cacciatori-raccoglitori “importandovi” così la pratica dell’agricoltura e dell’allevamento inzialmente come supplemento, e dunque come principale modello di sostentamento.[9]

Sebbene e la stessa Siwa dunque presenti apsetti simili, sia considerata e qui studiata assieme alle oasi del Deserto Occidentale egiziano, per molti aspetti ha poco in comune con esse, a partire prima di tutto dalla popolazione, principalmente Berbera, i “veri” indigeni del Deserto Occidentale, si suppone anticamente provenienti dal litorale africano settentrionale tra Tunisia  e Marocco.

Essi erano fra quei gruppi precedentemente citati, e frequentarono la zona fin dal 10.000 a. C., inizialmente muovendosi lungo il litorale e successivamente inoltrandosi nell’interno: per questo si dice che Siwa sia più nord-africana che egiziana, ed infatti le tradizioni locali, i riti, la lingua, i vestiti, le decorazioni e gli stessi utensili d’uso quotidiano differiscono da quanto si riscontra nelle altre Oasi Occidentali.

La regione di Siwa, nota in Egitto con il nome di Santar il cui significato è “la fine, il confine (della terra o del mondo)” presentano poi aspetti tipicamente libici.[10]

La posizione geografica dell’oasi pone Siwa in un punto strategicodelle vie carovaniere che dalla costa si dirigevano ad ovest verso o attraverso la Libia, ad est dirette nella Valle del Nilo ed a sud in direzione delle Oasi Occidentali egiziane e verso l’Africa Centrale.

È noto che l’oasi sia stata colonizzata durante il regno di Ramesse III, sebbene la documentazione disponibile risalga alla XXVI dinastia, quando venne stabilita una necropoli presso Gebel el-Mawta, poi in uso durante il Periodo Romano ed i monumenti noti all’interno dell’oasi sono i due templi dedicati ad Amun risalenti ad Amasi e Nectanebo II, eppure anche in questi momenti storici l’integrazione dell’oasi all’interno del Regno Egiziano è discutibile; per quanto concerne la ricostruzione storica di Siwa si rimanda al lavoro di Kuhlmann.[11]

È stato ipotizzato dal Fakhry che il nome  Umm ‘Ubaydah potesse derivare da una corruzione del nome originario Umm Ma’bad, termine incontrato anche nel manoscritto di Siwa, usato per designare il secondo tempio di Amon sino al secolo scorso.[12] 

Le rovine del tempio, costruito durante la XXX dinastia, consistono in un unico muro circondato dal crollo delle altre strutture fra cui alcuni dei blocchi in pietra, così come l’unica parte di parete rimasta ancora in piedi, sono incise e talune mostrano ancora il colore blu della decorazione.

Grazie a disegni del secolo scorso[13]  il Fakhry è riuscito ad identificare il cartiglio di Nectanebo II, uno dei costruttori più attivi del periodo tardo della storia egiziana;  egli infatti fu costruttore e restauratore di numerosi monumenti nella Valle del Nilo, ed estese la sua frenetica attività anche alle oasi costruendo appunto questo tempio e ristrutturando quello di Kharga.[14]

Il muro principale è decorato con tre registri di decorazioni che consistono in rappresentazioni di cerimonie religiose, e 51 colonne di geroglifici che proprio grazie ai disegni precedentemente accennati possono essere integrati del fregio decorativo superiore ormai andato perso.

La rappresentazione illustra il costruttore del tempio, amministratore dell’oasi di Siwa, inginocchiato davanti ad Amon (quest’ultimo è seduto), mentre davanti a lui stanno sette divinità, così come a sua volta nove ed otto divinità appaiono negli altri registri, tutti dedicati al rito dell’apertura della bocca, descritto anche nella prima parte delle colonne di geroglifici. 

Il costruttore del tempio, di nome Wenamun, recava come titolo principale “Il grande capo del Deserto”, lo stesso con cui era stato investito suo padre, di nome Nakht-tit, nella scena raffigurato con il caratteristico copricapo libico, particolare che ha fatto ipotizzare al Fakhry che egli facesse parte di quello stesso gruppo familiare che detenne il dominio sull’oasi per diversi secoli.

L’altro tempio, il tempio dell’oracolo, è invece più antico e venne costruito durante la XXVI dinastia, datazione attestata dalle iscrizioni presenti sulle strutture più antiche attribuite ad Amasis.

Esso è relativamente ben conservato, era costituito da una corte, nella quale si svolgeva la processione del dio, mentre il suo lato meridionale, aperto,  era organizzato in due ingressi separati dai quali si poteva accedere al santuario la cui entrata era posta lungo l’asse principale.

L’altezza della facciata originale, priva di iscrizioni, è stata ritoccata durante il periodo tolemaico nel tentativo di farle assumere l’aspetto di un tempio greco, ed infatti sono state riconosciute due fasi nella costruzione dell’edificio: la prima fase consistette nell’erezione del  tempio secondo la pianta prestabilita, mentre la seconda (si ipotizza vi sia stata anche una terza fase) vide la modifica e la decorazione della facciata e quindi il ritocco della pianta originale.

L’unica parte delle strutture più antiche che recano iscrizioni è il santuario di Amon, ma le mura della cella sono state danneggiate notevolmente dai cercatori di tesori.

Le iscrizioni iniziano da ambo i lati dell’entrata alla stanza, e proseguono lungo le mura laterali, mentre non vi sono tracce di iscrizioni sulla parete posteriore, su cui si affaccia l’entrata.

Sulla parete destra (rispetto all’ingresso) vi è la figura di un re con il proprio cartiglio (posto davanti a lui), il cui nome, inizialmente attribuita a Akoris  della XXIX dinastia (392 – 380 a. C.) è stato infine identificato con Amasis, ma il testo è molto danneggiato, anche se è comunemente accettato che dovesse riferirsi al culto di Amun.

Amasis, così come Amenhotep a Bahariya, è rappresentato nell’atto di presentare una giara di vino come offerta per otto divinità fra le quali si riconoscono Amonra’, Mut, Dedun-Amun e la dea Tefnut.

Sulla parete vi sono delle iscrizioni che accompagnano sia le figure delle divinità che quella del governatore dell’oasi che aveva il titolo di “capo degli abitanti del deserto”, infatti una di esse reca :  Io ho dato la vita al capo degli abitanti del deserto, Sutekh-irdes “.

 

Nella decorazione del muro orientale del santuario di Amon ad Aghurmi sono raffigurate tre divinità: Amonrasonther, Mut e Khnum o Khnum-ra,[15] enelle iscrizioni relative leggiamo anche il nome indigeno, probabilmente libico, della stessa oasi, T3-Ty,[16] associato ad un’estensione avverbiale, n–drww,[17] il cui significato “al limite, nel punto più lontano” sembra essere adeguato alla posizione geografica della stessa Siwa come la più remota delle oasi occidentali dalla Valle del Nilo.

Questa nozione di grande distanza è presente, e quindi in questa chiave di lettura è mantenuta, anche nel nome arabo medioevale dell’oasi, al-wāħ al-aqsā, ossia l’oasi più distante,[18] concetto attestato sia dalle descrizioni di Al-Idrisi[19] sia di Yāqūt[20], mentre il nome Siwa,, odierno, dell’oasi è menzionato per la prima volta da Al-Maqrīzī,[21] mentre ufficialmente il nome ‘Aμμουιαχή rimane come toponimo dell’oasi per tutta l’epoca Bizantina.[22]

La fortuna dell’oasi di Siwa è strettamente legata ai due templi ed all’oracolo, ed infatti due sono gli episodi storici più noti riguardanti Siwa: uno coinvolge Cambise II che, apparentemente avendo dei problemi all’interno dell’oasi, inviò un esercito per ottenerne il controllo, ma l’intero esercito  sembra si sia perso nel deserto non giungendo mai a Siwa; l’altro consiste nel viaggio che Alessandro Magno intraprese nel IV secolo per consultare l’oracolo di Amon; durante il periodo Greco grazie alla diffusione ed alla popolarizzazione dell’oracolo l’oasi conobbe un periodo di maggior fortuna, e anche Cleopatra VII si recò a Siwa per la stessa ragione, il suo transito è ancora oggi ricordato dalla sorgente omonima.

L’epoca Romana vide Siwa come destinazione di confino, così come altri luoghi del Deserto Occidentale,e lo stesso Augusto vi esiliò prigionieri politici:  tra gli esiliati alcuni capi religiosi cristiani, tra i quali è opportuno ricordare  Anastasio, probabilmente catalizzatori di un difficile processo di cristianizzazione dell’oasi, sebbene lo stesso tempio dell’Oracolo venne convertito in “Chiesa della Vergine Maria[23], unica testimonianza relativa all’affermazione cristiana nell’oasi tra l’altro non supportata da alcuna documentazione storico-archeologica.

 

 

 

 



[1] Durante l’epoca Greca i Libici furono nuovamente fomentati da pressioni provenienti da est, e gli giziani con Apries tentarono nuovamente di arrestare il flusso inviando direttamente un’armata a Cirene subendo una notevole sconfitta, preludio della discesa di Alessandro Magno.

[2] L’acqua ha costituito da sempre il maggior problema, e le più importanti sorgenti idriche sono costituite da cave calcaree utilizzate come bacini contenitori, la maggior parte delle quali realizzate ed intonacate in epoca romana, utilizzate praticamente sino all’occupazione britannica della regione e da allora cadute in disuso.

[3] Hassan, Fekri A., G. Timothy Gross, 1987, "Resources and Subsistence during the Early Holocene at Siwa Oasis, Northern Egypt." Prehistory of Arid North Africa: Essays in Honor of Fred Wendorf, edited by Angela E. Close.

[4] Addirittura St. John ipotizzò che la stessa Siwa avesse potuto essere il centro di un antico sistema di siti comuni che includeva le oasi di Qara, di Arashieh (oasi di el-‘Areg) e Bahrein.

[5] Hassan, 1980, “Nabta Playa and Siwa Oasis”.

[6] Hassan, 1980; l’argomento sarà affrontato nuovamente per quanto riguarda i siti della regione di Al Arbayin nel capitolo IV.

[7] Hassan, 1984.

[8] Hassan 1984, p.222: “ Similar aridification seems to have affected the Sinai and the Negev, and a similar movement of population towards the Nile is plausible.  This is no mass invasion but a gradual infiltration by drifters and refuges over a span of about 500 years or more”.

[9] Hassan 1984, p.224: “the emergence of agriculture in Predynastic Egypt was a result of demographic fusion between the inhabitants of the Nile Valley and refugees from the desert regions adjacent to the Nile Valley from ca.7000-6000BP and the subsequent diffusion of agricultural practises along the Nile

[11] Kuhlmann, K.P., Das Ammoneion Archäologie, Geschichte und Kultpraxis des Orakels von Siwa. Mit einem Beitrag W. Brashear (Archäologische Veröffentlichungen 75), Mainz 1988.

[12] Fakhry, A, 1944., “The Egyptian Deserts. Siwa Oasis. Its History and Antiquities”.

[13] H.C.Minutoli, 1824,”Reise zum Tempel des Jupiter Ammon in der Lybischen Wüste"; Fakhri A., 1990, “Siwa Oasis”,167: “We are grateful for the sketches of Von Minutoli identifying the builder of this temple. On one of the blocks there are two cartouches, which despite certain inaccuracies in the hieroglyphics, are undoubtedly those of King Nectanebo II, the energetic ruler of the 30th Dynasty and one of the most active builders in the late period of Egyptian history”.

[14] Fakhri A., 1990, “Siwa Oasis”,168: "According to the text on this wall, the builder of the temple seen kneeling in front of the shrine of the god Amenre was called "Wenamun"; his principal title was "The Great Chief of the Deserts". His father's name was Nakht-tit; he held the same title and must have preceded his son as the ruler of this oasis. His mother was called "Nefer-renpet". Wenamun wears an ostrich feather in his hair which shows that he was a descendant of a Libyan family, perhaps the same family which continued to rule the oasis for several centuries. The temple was built in the reign of Nectanebo II”.

[15] Così come ad Umm ‘Ubayda, vedi Fakhry A., Siwa, 144.

[16] Fakhry, Siwa, 21

[17] MDAIK LVII, p. 200.

[18] MDAIK LVII, p. 201.

[19] Al-Idrisi, 1154

[20] Yāqūt, 1224.

[21] Al-Maqrīzī, “Al-Khiŧaŧ” IV, LXXII 1-3.

[22] MDAIK LVII, p. 203.

[23] Bayle J.